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Italiani, cala il risparmio - 13/12/2016

Gli italiani risparmiano di meno: in tre anni la cifra media messa da parte è diminuita di circa 40 euro al mese. Quanto alle pensioni, solo un italiano su dieci investe nella previdenza integrativa. A dirlo è una ricerca internazionale (12 i paesi coinvolti) realizzata con il supporto di Ipsos dal gruppo assicurativo Aviva, che dal 2004 analizza la propensione all¿investimento e al risparmio da parte dei consumatori.

In media gli italiani destinano al risparmio 265 euro, contro i 306 euro rilevati alla fine del 2013.

Il 48% degli italiani, aggiunge la ricerca, pianifica però di mantenere, nei prossimi 12 mesi, sia i propri livelli di risparmio, sia quelli di investimento, mentre il 15% (contro il 33% degli altri paesi studiati) intende aumentare la quota di risparmio. 

Un italiano su due è titolare di un prodotto finanziario di risparmio: una cifra che scende a uno su tre per i prodotti di investimento e crolla a uno su dieci per la previdenza integrativa.

Il nodo delle pensioni

La ricerca di Aviva dedica un focus specifico proprio alle pensioni. L'intenzione di risparmiare per sostenersi durante la pensione, rilevano gli autori, è in linea con quella degli altri paesi: il 21% degli italiani pensa di incrementare le cifre destinate al sostentamento al termine della carriera lavorativa nei prossimi 12 mesi, mentre il 45% è intenzionato a mantenere i livelli attuali.

Nella pratica però, solo il 33% degli italiani mette regolarmente denaro da parte in vista della pensione, contro una media globale del 40%.

Più del 60% ritiene che sia responsabilità del governo preoccuparsi degli anziani, ma solo il 30% degli italiani che non ha ancora varcato la soglia della pensione vede nella pensione statale un elemento su cui contare per il proprio sostentamento al termine della carriera lavorativa. Una cifra pari a quella di chi vede nella propria abitazione una fonte di reddito. Due su cinque segnalano la previdenza integrativa o i risparmi, e altrettanti sono coloro che pensano che dovranno continuare a lavorare.

Sono soprattutto i più giovani (18-34 anni) a temere di non potersi garantire un adeguato standard di vita quando andranno in pensione, ma sono anche quelli che non riescono ad attivarsi per un risparmio finalizzato alla pensione. E le donne, aggiunge Aviva, sono le più esposte al problema pensionistico.

Perché si risparmia

In generale, fra le ragioni che spingono gli italiani al risparmio, la famiglia viene al primo posto (31%), seguita dalla gestione delle emergenze (26%). Pesano meno i viaggi (18%), le spese generali (16%) e il denaro accantonato in vista della pensione (15%).

Qual è la priorità quando si sceglie un prodotto di investimento o risparmio? Al di là della sicurezza dell¿investimento stesso, un tasso di ritorno garantito è il fattore che conta di più per il 16%, mentre per l¿11% è cruciale ottenere il migliore rendimento sul mercato. Per il 6% soltanto è prioritario che l¿investimento sia ¿eticamente responsabile¿, anche a fronte di un minor ritorno economico.

Insicuri e prudenti

Solo il 19% degli italiani si sente finanziariamente sicuro di fronte agli imprevisti, a fronte di una media internazionale pari al 32%. Il tipo di investimento maggiormente scelto è quello a breve termine con la possibilità di accedere ai risparmi in caso di necessità (52%).

A frenare gli italiani dal risparmiare o dall¿investire è principalmente l¿impossibilità di poterselo permettere (26%), anche per via di prestiti o debiti già esistenti (9%) che risulta comunque inferiore di sette punti percentuali rispetto alla media degli altri paesi. Altri freni dell¿investimento sono la mancanza di fiducia nelle istituzioni finanziarie indicata dal 18%, mentre la paura di perdere il proprio denaro pesa per il 15%.

L¿Ape avrà un tetto. E niente tredicesima - 22/11/2016

Ci sarà un tetto per l¿Ape, il meccanismo che, attraverso un prestito, dal 2017 consentirà a chi ha un¿età di almeno 63 anni di anticipare la pensione (fino a tre anni e sette mesi prima della normale scadenza). Chi sceglierà l¿anticipo potrà contare solo su 12 mensilità, e non sulle 13 di pensionati e lavoratori dipendenti.

Sono alcune delle novità introdotte dal Governo alla legge di Stabilità che, a partire dall¿anno prossimo, modificherà in diversi aspetti la normativa previdenziale italiana.

 

Per quanto riguarda il tetto dell¿Ape, il limite sarà in funzione dell¿anticipo: chi sceglie di anticipare la pensione di un solo anno potrà chiedere fino al 95% della futura pensione; chi anticipa di due anni non potrà chiedere più del 90%; e chi smette di lavorare tre anni prima del previsto non otterrà più dell¿80%. Questo per evitare che le rate di restituzione del prestito, una volta terminato il periodo dell¿anticipo, pesino troppo sulla futura pensione.

 

La restituzione durerà infatti per 20 anni, e inizierà nel momento in cui gli interessati inizieranno a percepire effettivamente la loro pensione. Sulle rate peseranno anche gli interessi (a favore della banca o assicurazione che ha erogato il prestito) e il premio per l¿assicurazione (che garantisce la restituzione in caso di morte della persona finanziata).

 

La metà di queste spese sarà pagata dallo Stato, grazie al meccanismo delle detrazioni fiscali.

 

L¿Ape sarà invece a costo zero (niente interessi né premio assicurativo) e non avrà tetto nel caso della cosiddetta ¿Ape sociale¿, che potrà riguardare disoccupati, invalidi, o persone con familiari disabili a carico, che abbiano versato contributi per almeno 30 anni.

 

Il Governo ha stabilito inoltre che l¿Ape sarà erogato per 12 mesi all¿anno, e non ci sarà dunque una tredicesima mensilità.

 

Cresce la quattordicesima

Il pacchetto previdenza contenuto nella legge di Bilancio prevede anche altre misure. In particolare sarà innalzata del 30% la quattordicesima per i pensionati che hanno un reddito personale complessivo non superiore a 9.787 euro annui (pari a 1,5 volte la pensione minima). L¿importo della quattordicesima è calcolato in base all¿anzianità contributiva. Chi nel 2016 ha ricevuto 336 euro, nel 2017 ne avrà 101 in più; chi ha ricevuto 420 euro ne avrà atri 126; chi ha avuto una quattordicesima 2016 di 504 euro la vedrà aumentata di altri 151 euro.

 

Inoltre la quattordicesima nel 2017 sarà pagata anche a chi ha un reddito personale compreso fra 9.787 e 13 mila euro annui (cioè tra 1,5 e due volte la minima), che finora era escluso: l¿assegno nel 2017 sarà compreso fra i 336 e i 504 euro.

 

Lavori usuranti e lavoratori ¿precoci¿

Chi ha svolto attività particolarmente pesanti (palombari, addetti alla catena, addetti a lavori notturni, in galleria, miniera o cava, ad alta temperatura, in cassoni, in spazi ristretti e per asportare l¿amianto) potrà andare in pensione un anno prima (se dipendenti) o un anno e mezzo prima (se autonomi) rispetto alla norma generale. Per loro sarà anche soppresso l¿adeguamento alla speranza di vita, che aumenta l¿età pensionabile in base ai dati demografici.

 

I lavoratori precoci, che hanno versato cioè almeno 12 mensilità di contributi (anche se non continuativi) prima di aver compiuto i 19 anni di età, potranno andare in pensione senza penalizzazioni anche prima dei 62 anni di età. Se sono disoccupati, impegnati in attività pesanti o invalidi, inoltre, potranno cessare il lavoro anche con 41 anni di contributi (invece dei 42 attuali).

 

No tax area

La no tax area, ovvero l'esenzione fiscale, viene equiparata a quella dei lavoratori dipendenti e portata a 8.125 euro, sia per i pensionati over 75 sia per quelli più giovani.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Pensioni: italiani sempre più consapevoli - 10/11/2016

Cresce, tra gli italiani, la consapevolezza di come sia necessario risparmiare per mantenere un buon tenore di vita anche negli anni della pensione: il dato emerge dal Global Investor Study 2016, un¿indagine condotta su un campione di 20 mila investitori in 28 paesi per conto dell¿asset manager Schroders.

 

Sono sette su dieci gli italiani che dicono di essere consapevoli delle difficoltà crescenti dei sistemi di welfare pubblici. A fronte di questo, la maggior parte degli intervistati vorrebbero avere una totale libertà di decidere come investire i propri risparmi in chiave previdenziale. Soltanto il 20% dichiara di avere più fiducia nelle capacità di gestione dello Stato che nelle proprie, mentre il 10% pensa che, nonostante le molte difficoltà, lo Stato sarà in grado di assolvere al proprio compito per quanto riguarda l¿erogazione delle future pensioni.

 

Gli intervistati indicano in 19,2 anni la speranza di vita dopo il pensionamento: un periodo di tempo, dunque, significativo.

 

Un italiano su tre (il 32%) afferma di investire già ora con l¿obiettivo di integrare il reddito nel periodo della pensione, mentre per il 45% il principale obiettivo è ottenere un reddito aggiuntivo rispetto allo stipendio.

 

In questo quadro, si conferma comunque importante il ruolo dei consulenti finanziari, come testimoniato dal 59% degli italiani intervistati, che afferma di volersi confrontare con un consulente prima di effettuare il prossimo investimento.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

La previdenza privata vale 38 mila miliardi di dollari - 03/11/2016

Il risparmio pensionistico privato ha superato i 38 mila miliardi di dollari nel mondo nel 2015. A fare i conti è l¿Ocse, nello studio ¿Pension Markets in Focus¿.

 

La maggior parte di questo risparmio, pari a 26mila miliardi di dollari (circa il 68% del totale), è gestita dai fondi pensione, seguiti dalle banche e dalle società di investimento (7.700 miliardi, 20,2% del totale) e dalle compagnie assicurative (4.300 miliardi, 11,3%). La quota gestita direttamente dai singoli privati è di 200 miliardi di dollari pari allo 0,5% del totale.

 

Come spiegano gli autori del report, al di là dei numeri l¿indagine rivela un quadro molto eterogeneo a causa dalla diversa velocità con ciascun Paese sta approcciando il tema della previdenza privata. In alcuni Paesi, per esempio, non esiste ancora, se non in uno stadio iniziale, un sistema di raccolta del risparmio a fini previdenziali gestito da soggetti di natura privata. Di conseguenza il numero dei fondi pensione privati e il numero dei loro gestori è molto limitato.

 

La dimensione dell¿investimento complessivo varia quindi da paese a paese. Gli importi più consistenti investiti in forme private di risparmio previdenziale si riferiscono agli Stati Uniti e al Canada, al Regno Unito, Paesi Bassi, Svizzera, Australia e Giappone.

 

La quota investita come percentuale sul Pil varia da Paese a Paese: si va dal 205,9% della Danimarca allo 0,6% della Grecia.

 

L¿Italia resta in coda con un risparmio previdenziale privato di 122,5 miliardi di dollari (112,5 milioni di euro) e un rapporto sul Pil dell¿8,7%, come la Francia e più della Germania (6,6%), ma meno della Spagna (14,3%), del Regno Unito (97,4%) o degli Stati Uniti (132,9%).

 

Per i rendimenti il 2015 è stato un anno di valori mediamente positivi per il risparmio previdenziale anche se più bassi rispetto all¿anno precedente. In Italia il rendimento reale netto dei fondi pensione è stato dell¿1,7%, sotto la media Ocse del 2,1% (nel 2014, i dati erano stati rispettivamente del 5,7% e del 6,8%). I valori riflettono anche una strategia di investimento diversa con una quota più bassa detenuta in azioni (19,5% in Italia rispetto al 44,2% degli Usa o al 20,2% del Regno Unito) e una più forte componente obbligazionaria (49,7% contro il 34,4% del Regno Unito e il 37% degli Usa).

 

Nonostante la crescita delle masse e l¿andamento positivo dei rendimenti, il numero dei fondi pensione è diminuito drasticamente in alcuni paesi europei, come l¿Olanda, la Svizzera e il Regno per effetto di un ambiente sempre più competitivo.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Rendimenti: i fondi pensione battono Tfr e fondi comuni - 27/10/2016

Fondi pensione, Tfr o fondi comuni di investimento? Chi vince alla prova dei rendimenti? A dare una risposta, su un arco di tempo di quasi 20 anni, è il sito ¿ilPunto Pensioni&Lavoro¿. E si tratta di una risposta decisamente favorevole ai fondi pensione.

 

Nel periodo compreso fra il 31 dicembre 1998 e il 31 agosto 2016, secondo i calcoli de iPunto, i fondi pensione negoziali hanno realizzato in media un guadagno del 175,7%, pari al 3,18% annuo composto con una volatilità (oscillazione media del valore mensile della quota) del 2,98%. Nello stesso periodo, i fondi pensione aperti hanno messo a segno un rialzo medio del 165,3%, pari al 2,87% annuo composto, con una volatilità del 4,21%. La rivalutazione netta del Tfr è stata del 152,9%, pari al 2,4% annuo composto; più contenuta ovviamente la volatilità, pari allo 0,38%. La rivalutazione del Tfr è pari, per legge, all¿1,5% fisso più il 75% dell¿aumento dell¿indice dei prezzi al consumo Istat.

 

Ma i fondi pensione vincono il confronto anche con i fondi comuni di investimento.

 

Sempre nel periodo dicembre 1998 ¿ agosto 2016, infatti, l¿indice dei fondi comuni elaborato da Fideuram ha registrato un rialzo medio del 27,34%, pari a un guadagno medio dell¿1,35% annuo composto, per una volatilità del 4,05%.

 

Secondo l¿analisi de ilPunto, la differenza di risultati dipende, oltre che da una diversa composizione delle tipologie di fondi, dai costi totali annui (i cosiddetti Ter, total expense ratio) che, nel caso dei fondi comuni, sono in media più elevati rispetto a quelli dei fondi pensione. E gli effetti, soprattutto in un arco di tempo così lungo, si fanno sentire in maniera sensibile.

 

Tutto questo anche senza considerare il risparmio fiscale (deducibilità dei contributi versati, entro il limite dei 5.164,57 euro annui) che comporta l¿investimento nella previdenza complementare rispetto agli investimenti generici.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Pensioni: tutte le novità della legge di Bilancio - 23/10/2016

Una spesa di 7 miliardi in tre anni, un aumento della ¿quattordicesima¿ per i pensionati che già la ricevono, e la sua estensione a una fascia di pensionati oggi esclusi, la definizione dell¿Ape-Anticipo pensionistico, anche nella sua versione ¿social¿. E poi i provvedimenti per chi svolge lavori usuranti e per i cosiddetti ¿precoci¿, che hanno iniziato a lavorare da giovanissimi.

 

Sono numerose le novità della legge di Bilancio 2017 in materia previdenziale. Vediamole in dettaglio.

 

7 miliardi in tre anni

L¿operazione triennale complessiva sulle pensioni prevede la spesa per la finanze dello Stato di 1,9 miliardi nel 2017, 2,5 miliardi nel 2018 e 2,6 miliardi nel 2019.

 

Quattordicesima

I 2 milioni di pensionati che già la ricevono a luglio, perché percepiscono un assegno mensile inferiore a 750 euro, avranno un aumento del 30% (100-150 euro), che porterà il loro assegno a quota 437/546/655 euro a seconda che abbiano 15, 25 o più di 25 anni di versamenti.

Inoltre è previsto che la quattordicesima venga estesa anche a una nuova fetta di pensionati il cui assegno mensile è compreso tra 750 e mille euro. Si tratta di altre 1,2 milioni di persone, a cui andranno 336 euro, 420 euro o 504 euro, sempre tenendo conto dei tre scaglioni contributivi.

 

No tax area

L¿area di esenzione fiscale per i pensionati over 75 viene equiparata a quella dei lavoratori dipendenti e portata a 8.125 euro.

 

Ape e Ape social

Dal 1° maggio 2017 le persone in situazione di difficoltà come disoccupati, disabili e parenti di primo grado e conviventi di disabili, ma anche le persone impegnate in attività gravose con almeno 63 anni di età potranno chiedere l'Ape agevolata, un reddito ponte interamente a carico dello Stato per gli anni (al massimo tre anni e sette mesi) che mancano per raggiungere la pensione di vecchiaia anticipata.

Bisogna avere però almeno 30 anni di contributi se disoccupati o disabili e 36 se si è impegnati in attività faticose (di cui gli ultimi sei accreditati su queste attività).

Il tetto massimo di reddito per l¿agevolazione sarà di 1.500 euro lordi: oltre questa cifra si pagherà come se si chiedesse un prestito.

 

Gli altri lavoratori che compiono 63 anni di età possono andare in pensione tre anni e sette mesi prima di quanto previsto dalla riforma Fornero, ricorrendo all¿Ape di mercato, con almeno 35 anni di contributi versati; per il periodo che manca al compimento dei requisiti, otterrà un prestito da parte di una banca, da restituire in 20 anni.

 

Precoci

Potranno uscire con 41 anni di contributi i lavoratori che hanno 12 mesi di contributi versati prima dei 19 anni di età, nel caso siano disoccupati senza ammortizzatori sociali, disabili o rientrino nelle categorie previste per l'Ape social.

Saranno eliminate le penalizzazioni sul trattamento pensionistico per coloro che escono prima dei 62 anni di età.

 

Lavori usuranti

Sarà resa più semplice e anticipata l'uscita per chi è stato impegnato a lungo in attività usuranti.

Basterà soddisfare almeno uno di due requisiti: metà della vita lavorativa impegnata in queste attività o sette anni di attività usuranti negli ultimi dieci di attività (senza il vincolo di averle svolte nell'ultimo anno di lavoro).

L¿anticipo sarà di un anno e quattro mesi, senza finestra mobile di 12/18 mesi e adeguamento alla speranza di vita.

 

Cumulo gratuito dei contributi

Si potranno cumulare i contributi previdenziali maturati in gestioni pensionistiche diverse, ivi inclusi i periodi di riscatto di laurea, sia ai fini della pensione di vecchiaia sia di quella anticipata.

L'assegno pensionistico sarà calcolato non con il sistema contributivo, come per la totalizzazione, ma pro rata, con le regole di ciascuna gestione.

 

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Pensioni, prima intesa fra governo e sindacati - 13/10/2016

Ape, lavoratori precoci, lavori usuranti, quattordicesima, no tax area, ricongiunzioni: sono le principali aree di intervento sul fronte delle pensioni sulle quali governo e sindacati hanno trovato un accordo, e sulle quali l¿esecutivo è disposto a stanziare 6 miliardi di euro nei prossimi tre anni.

Ecco, in sintesi, le novità

Quattordicesima per 3,3 milioni di persone
La cosiddetta quattordicesima, attualmente riconosciuta ai pensionati con redditi complessivi personali fino a 750 euro mensili, sarà estesa anche a coloro che hanno redditi fino a mille euro al mese (due volte il trattamento minimo). Si tratta di quasi 1,2 milioni in più di pensionati rispetto all¿attuale platea di beneficiari.

Uscita a 41 anni per precoci in difficoltà
Per chi ha lavorato 12 mesi effettivi, anche non continuativi, prima del compimento dei 19 anni di età, l¿uscita sarebbe anticipata a 41 anni di contributi se si appartiene alle categorie di lavoratori in difficoltà, come disoccupati senza ammortizzatori sociali, disabili e chi ha svolto attività gravose.

No tax area
Per tutti i pensionati arriva la parificazione della no tax area alla soglia stabilita per il lavoro dipendente (8.125 euro), con detrazione d'imposta riconosciuta fino a 55 mila euro.

Ape
Il governo nell'incontro con le parti non ha fornito simulazioni su come funzionerà l'Ape - anticipo pensionistico, e su chi ne pagherà i costi. Su questo punto, dunque, ancora non sono definiti tutti i dettagli.

In ogni caso l'Ape, che sarà introdotto in via sperimentale per due anni, permetterà a chi compie 63 anni e dista meno di tre anni e sette mesi dal requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia, di lasciare il lavoro prima, grazie ad un prestito bancario o assicurativo.

Le fasce più disagiate potranno beneficiare dell'Ape "sociale", andando in pensione prima senza subire tagli sul futuro assegno, ma per tutti gli altri l'operazione avrà un costo notevole. Il prestito potrebbe essere pagato infatti con tagli fino al 25% sull'importo della pensione dei successivi 20 anni.
 

Saranno previste misure ad hoc per le uscite dovute a crisi aziendali con oneri a carico delle imprese.

Lavori usuranti
Ai lavoratori occupati in mansioni usuranti (svolte in almeno sette anni degli ultimi dieci anni di lavoro) si prevede di consentire un anticipo pensionistico di 12 o 18 mesi rispetto alle attuali norme.

Ricongiunzioni
È prevista la possibilità di ricongiungere gratuitamente i contributi maturati in diverse gestioni pensionistiche.

 

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Pensioni: in Italia meglio che nel resto d¿Europa. Ma servono più risparmi - 29/09/2016

99 miliardi di euro - pari a circa al 6% del Pil nazionale - è la cifra che i circa 25 milioni di italiani, futuri pensionati tra il 2017 e il 2057, dovranno risparmiare annualmente per assicurarsi uno standard di vita adeguato al termine della vita lavorativa. È quanto emerge dall¿indagine Mind The Gap (2016) di Aviva.

 

Nei prossimi 40 anni, oltre un quarto dei cittadini europei andrà in pensione. Secondo lo studio saranno necessari risparmi per 2 mila miliardi di euro l¿anno (pari al 13% del Pil europeo 2016) per colmare il gap previdenziale.

 

Il gap pensionistico è un indicatore che stima quanto le persone che andranno in pensione tra il 2017 e il 2057 dovranno risparmiare in più, ogni anno, per colmare la differenza tra la pensione che prevedono di percepire e il fabbisogno previsto per mantenere uno stile di vita adeguato alla pensione.

 

Ebbene, il rapporto del gap previdenziale sul Pil italiano (6%) è il più basso tra i Paesi europei analizzati, con uno scarto di oltre 10 punti percentuali rispetto al più alto, quello della Spagna (17%), verosimilmente in virtù del sostegno fornito dallo stato. La spesa pubblica italiana per le pensioni, infatti, attualmente ammonta al 15,8% del Pil, a fronte di una media Ocse del 7,9%. Inoltre, nonostante il tasso di sostituzione - reddito da pensione calcolato in percentuale sull¿ultimo stipendio ¿ sia inferiore al 70% suggerito dall¿Ocse, l¿Italia, con il 49%, si colloca tra le prime posizioni della classifica europea, preceduta solo da Polonia (58%) e Francia (53%). Per via dei livelli di risparmio inadeguati, tuttavia, i tassi di sostituzione sono destinati a diminuire ulteriormente; anche in Italia, dove si stima che il tasso si attesterà al 44% nel 2047.

 

Lo studio è stato affiancato da un¿indagine sulla propensione al risparmio, che evidenzia come la metà degli europei intervistati tema di non percepire denaro a sufficienza al momento della pensione, ma solo un terzo stia prendendo provvedimenti. In Italia, a fronte del 44% che esprime preoccupazione, solo il 35% si sta preparando. Interrogati su come finanzieranno il proprio pensionamento, gli italiani rispondono con un mix di strategie. Tra le principali: il 33% utilizzerà la prima casa come fonte di reddito, il 19% ricorrerà alla pensione privata, il 18% sta risparmiando regolarmente e, il 17% ricorrerà al lavoro oltre l¿età pensionabile.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Fondi pensione, primo calo negli asset mondiali - 29/09/2016

Per la prima volta dall¿inizio della crisi finanziaria, lo scorso anno gli asset gestiti dai 300 maggiori fondi pensione del mondo si sono ridotti: lo rivela l¿indagine annuale Pensions & Investments pubblicata da Willis Towers Watson.

 

Rispetto al 2014 il patrimonio complessivo è diminuito di oltre il 3%, rispetto ad una crescita di oltre il 3% nel 2014. Il valore totale è di 14,8 trilioni di euro, con una crescita, rispetto all¿inizio della crisi finanziaria globale, è di quasi il 19%.

 

Secondo l¿indagine, i fondi del Nord America hanno avuto, negli ultimi cinque anni, il più alto tasso di crescita (circa il 6%), mentre in Europa la crescita è stata del 4% e in Asia dell¿1% circa.

 

I fondi considerati nell¿indagine hanno complessivamente un patrimonio pari a circa il 42% del patrimonio previdenziale globale. Per la prima volta fra questi c¿è un investitore italiano, l¿Enpam, ente previdenziale di medici e dentisti, al 211° posto con un patrimonio di oltre 18 mila miliardi di dollari.

 

Gli Stati Uniti rimangano il paese con la quota maggiore di assets tra i fondi pensione (38%), seguiti da Giappone (12%), Paesi Bassi (6%), Norvegia (6%) e Regno Unito (5%).  

 

 I fondi pensione sovrani (27) continuano fortemente a dominare nella classifica, rappresentando il 28% delle attività e un totale di circa 4,6 trilioni di euro. I 115 del settore pubblico hanno un patrimonio di quasi 6,6 miliardi di euro e rappresentano il 39% del totale.

 

¿La volatilità dei patrimoni gestiti, in combinazione con passività sempre maggiori, testimoniano quanto sia diventato difficile per i fondi pensione soddisfare le proprie mission¿, commenta Alessandra Pasquoni, Responsabile Willis Towers Watson in Italia per l¿attività di investment consulting. ¿I grandi investitori possono trarre vantaggio da questa volatilità, complessa e ambigua, per migliorare i loro processi decisionali. È ormai chiaro che una buona governance sia il fattore determinante per produrre un vantaggio competitivo in contesti in continua evoluzione¿.

 

¿Le migliori performance¿, prosegue Pasquoni, ¿derivano da portafogli completamente diversificati che performano bene nei momenti di stress. Un altro elemento di differenziazione dei fondi Leader è la loro capacità di innovare o essere pionieri: questo è un elemento importante in un contesto di bassa crescita persistente¿.

 

¿La gran parte degli investitori stanno rivedendo la loro governance per divenire più efficiente nei loro processi di investimento¿, conclude Pasquoni. ¿20 anni fa era prevalente il ricorso alla delega a società esterne, mentre adesso assistiamo a una crescita delle competenze interne e a migliori pratiche di investimento associate di solito al raggiungimento di un buon equilibrio fra risorse interne e deleghe all¿esterno. Il rafforzamento delle risorse sta anche consentendo a questi investitori di essere più consapevoli delle loro responsabilità, opportunità e impatto sociale¿.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Previdenza integrativa: il patrimonio supera i 260 miliardi - 12/09/2016

448 investitori istituzionali, cui si aggiungono i fondi pensione aperti e i Pip, e le casse e i fondi di assistenza sanitaria integrativa: in tutto il settore della previdenza integrativa amministra un patrimonio di 262 miliardi di euro, una cifra pari al 16% del Pil.

I dati sono contenuti nel terzo report annuale di Itinerari Previdenziali, riferito al 2015, presentato nei giorni scorsi a Milano e a Roma.

Gli investitori istituzionali che operano in Italia, calcola il rapporto, sono 448 (36 fondi negoziali, 88 fondazioni bancarie, 20 casse professionali privatizzate e 304 fondi preesistenti), e gestiscono un patrimonio di 216,35 miliardi di euro, con una crescita dell¿88% rispetto al 2004. Circa 125 miliardi (oltre il 57%) è affidato direttamente o indirettamente a gestori.

Sommando anche le risorse gestite dai fondi pensione aperti e dai Pip e dalle casse e dai fondi di assistenza sanitaria integrativa, il patrimonio complessivo raggiunge quota 262,07 miliardi di euro, cioè il 16% del Pil.

Il report testimonia un calo, rispetto al 2014, dei rendimenti dei fondi pensione e delle fondazioni bancarie, sottolineando tuttavia che questi si sono mantenuti, nel 2015, su buoni livelli, superiori ai rendimenti obiettivo costituiti da inflazione, media quinquennale del Pil e Tfr.

¿L¿ulteriore appiattimento dei tassi, spesso negativi sul breve periodo, che proseguirà anche nei prossimi mesi e la grande volatilità dei mercati finanziari, spingono i responsabili istituzionali alla ricerca di nuove asset class¿, sottolinea Itinerari Previdenziali. Da un¿indagine condotta dalla stessa risulta che il 90,5% dei responsabili dei fondi prevede infatti ¿di rivedere l¿asset allocation con il probabile inserimento di investimenti alternativi, e con una modifica nei mandati, sempre meno generici e sempre più a ritorno totale e multi-asset¿.

In dettaglio, i fondi pensione negoziali sono 36 con 2,4 milioni di iscritti (più 24,4% rispetto allo scorso anno) e un patrimonio complessivo di circa 42,5 miliardi di euro (più 7,3% rispetto al 2014).

I fondi pensione preesistenti (che sono i fondi costituiti prima della riforma della previdenza integrativa) sono 304 (19 in meno rispetto allo scorso anno) con 645 mila iscritti e un patrimonio di 55,3 miliardi (più 2,4% rispetto al 2014).

Le 88 fondazioni di origine bancaria hanno un patrimonio netto contabile di 40,7 miliardi di euro mentre il totale degli attivi di bilancio ammonta a 48,55 miliardi.

Le 20 casse dei liberi professionisti contano su 1,6 milioni di iscritti e un patrimonio di 69,9 miliardi di euro, di cui 55,2 investiti direttamente e 14,8 affidati in gestione tramite mandato.

Infine le casse di assistenza sanitaria integrativa, secondo le stime di Itinerari Previdenziali, nel 2015 hanno superato le 300 unità e il numero totale degli assistiti (iscritti e familiari a carico) ha raggiunto circa 8 milioni, con prestazioni erogate che potrebbero superare i 2,3 miliardi di euro. Il patrimonio ammonta a circa 3,45 miliardi di euro.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

La busta arancione non aumenta la consapevolezza dei lavoratori - 04/09/2016

Nei primi sei mesi del 2016 il settore della previdenza integrativa ha continuato a crescere, anche se forse è mancato, almeno per ora, l¿effetto ¿busta arancione¿. Ci si attendeva cioè che, l¿operazione trasparenza avviata dall¿Inps, che offre ai suoi iscritti una simulazione di quella che sarà la loro pensione futura, spronasse gli interessati a sottoscrivere fondi pensione e Pip in maniera più massiccia.

 

Secondo il rapporto appena pubblicato dalla Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip), gli iscritti ai fondi pensione hanno superato, alla fine di giugno 2016, quota 7,5 milioni, circa 279 mila in più rispetto a dicembre 2015. I fondi pensione aziendali sono cresciuti del 4,6%, i fondi pensione aperti del 4,5% e piani individuali previdenziali del 4,6%.

 

Il patrimonio complessivo è arrivato intanto a 143,7 miliardi, con un incremento del 2,6% rispetto alla fine dell¿anno precedente: in valore assoluto, si tratta di un saldo positivo di circa 3,5 miliardi di euro.

 

L¿incremento patrimoniale più sostenuto in termini percentuali è quello riferito ai i piani individuali previdenziali che rispetto al 2015 registrano un più 7,6% mentre sia i fondi pensione negoziali e sia quelli aperti sono cresciuti del 3,6%.

 

Sui rendimenti si fa sentire la volatilità dei mercati. I fondi pensione negoziali hanno registrato, nei primi sei mesi dell¿anno, una performance dell¿1%, mentre i fondi pensione aperti registrano un meno 0,4%, con un calo del 3,1% delle linee azionarie, ma un rendimento positivo del 2,6% per le obbligazionarie.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Previdenza: l¿Italia è al 28° posto per sicurezza - 26/07/2016

Nonostante un lieve miglioramento, l¿Italia si colloca nella parte bassa delle classifica che misura la sicurezza previdenziale: secondo il Global Retirement Index 2016, pubblicato da Natixis Global Asset Management, il nostro paese è al 28° posto (dal 29° della precedente edizione) in un campione che comprende 43 paesi sviluppati. L¿indice viene calcolato analizzando non soltanto le disponibilità economiche di cui i cittadini dispongono dopo il pensionamento, ma anche il loro benessere materiale, la salute e la qualità della vita.

 

In base a questi parametri viene definita la ¿sicurezza previdenziale¿ dei diversi paesi. E i paesi che vantano i livelli più alti sono quelli del Nord Europa, con la Norvegia al primo posto, seguita da Svizzera, Islanda, Svezia, Germania, Paesi Bassi e Austria. Nel gruppo di testa si trovano anche la Nuova Zelanda (al quarto posto), l¿Australia (al sesto) e il Canada (decimo).

 

Il miglioramento del punteggio complessivo dell¿Italia, spiega Natixis, è dovuto principalmente agli indicatori relativi alla qualità della vita e alle finanze: la percezione di maggior felicità, la qualità dell¿aria e la pressione fiscale registrano un segno positivo rispetto al 2015. I maggiori ritardi del nostro paese sono sul fronte del benessere materiale e della salute.

 

Per il 69% degli italiani (secondo un recente sondaggio condotto da Natixis) la pensione è la vera priorità finanziaria. Ma il 30% si dichiara ¿arrabbiato¿ per la sua situazione, il 24% ¿rassegnato¿ e il 14% ¿non preparato¿.

 

Tra gli intervistati la maggioranza pensa che la fonte di finanziamento più importante della pensione debba arrivare dal contributo del datore di lavoro, seguito dai risparmi e dal welfare pubblico. In media, gli italiani dichiarano di aver bisogno del 71% della loro rendita pre-pensionamento per poter vivere una volta andati in pensione. Il dato si posiziona nella fascia bassa del range raccomandato, che è tra il 70% e l¿80%, ma è ben al di sopra della media globale (64%).

 

Solo il 42% degli italiani ha un piano pensionistico privato con contributo del datore di lavoro (62% a livello globale) e i risparmi medi annuali si attestano al 12%.

 

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Consulta: legittimo il contributo sulle pensioni d¿oro - 13/07/2016

Il contributo di solidarietà sulle pensioni di importo più elevato è legittimo. Lo ha stabilito una sentenza della Corte Costituzionale, secondo la quale il prelievo non ha natura tributaria, ed è ¿giustificato in via del tutto eccezionale dalla crisi contingente e grave del sistema¿. 

 

Il contributo, ha aggiunto la Consulta, rispetta il principio di progressività e, ¿pur comportando innegabilmente un sacrificio sui pensionati colpiti¿, è ¿comunque sostenibile in quanto applicato solo sulle pensioni più elevate, da 14 a oltre 30 volte superiori alle pensioni minime¿.

 

Il prelievo è stato introdotto dalla legge di Stabilità 2014. Secondo la norma, a partire dal 1° gennaio 2014 e per tre anni (quindi fino al 2016), sugli importi dei trattamenti pensionistici superiori a 14 volte il trattamento minimo Inps, è dovuto un contributo di solidarietà a favore degli enti previdenziali obbligatori, in base al criterio riportato nella seguente tabella:

 

Importo della pensione lorda annua

Contributo

Da 91.344 a 230.492 (tra 14 e 20 volte la minima)

6% della parte eccedente 91.344 euro

Da 130.492 a 195.738 euro (tra 20 e 30 volte la minima)

12% della parte eccedente 130.492 euro

Oltre 195.738 euro (oltre 30 volta il minimo)

28% della parte eccedente

 

Nel 2013 la stessa Corte aveva bocciato una norma simile, contenuta nella riforma Fornero, che prevedeva un ¿contributo di perequazione¿. Ma in quel caso il prelievo era stato considerato di natura tributaria e strutturale. Inoltre quel contributo si applicava, a differenza del contributo di solidarietà, anche alla previdenza integrativa, e non soltanto a quelle obbligatoria.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Gli italiani aspettano la pensione due anni in più rispetto agli altri europei - 30/06/2016

Gli italiani devono aspettare due anni in più, rispetto agli altri lavoratori europei, per poter accedere alla pensione. Soltanto la Grecia prevede un requisito anagrafico più elevato, ma mitigato da molte eccezioni alla regola.

 

A fare i conti, confrontando il sistema dei requisiti pensionistici italiano con quelli degli altri Paesi europei e dell¿Ocse è stata la Uil: e secondo il sindacato, i risultati della ricerca confermano la necessità di una maggiore flessibilità in uscita dal lavoro.

 

In Italia i requisiti di età per l¿accesso alla pensione sono dunque tra i più alti d¿Europa: 66 anni e sette mesi per gli uomini del settore pubblico e privato e per le donne del pubblico, 65 anni e sette mesi per le donne del settore privato. Mediamente, invece, nei Paesi Ue si va in pensione due anni prima: a 64 anni e quattro mesi gli uomini, a 63 anni e quattro mesi le donne.

 

Il divario, inoltre, è destinato a crescere poiché i requisiti anagrafici per l¿accesso alla pensione, in Italia, sono aggiornati automaticamente con l¿allungarsi dell¿aspettativa di vita.

 

Soltanto la Grecia prevede un¿età pensionabile superiore, 67 anni, ma con la possibilità di ricorrere a numerose deroghe, che possono abbattere l¿età di accesso alla pensione fino a 55 anni per gli uomini e 50 anni per le donne.

 

All¿opposto si colloca la Svezia, con i più giovani pensionati d¿Europa, visto che sono sufficienti 61 anni per lasciare il lavoro.

 

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Ma i fondi pensione sono flessibili? - 07/07/2016

¿Flessibilità¿ è la parola d¿ordine quando si parla di previdenza: anche le nuove misure annunciate dal Governo, come l¿Ape (anticipo pensione) puntano a realizzare un sistema di regole meno rigide per quanto riguarda l¿uscita dal lavoro e l¿accesso alla pensione.

 

Ma il dibattito riguarda non soltanto la pensione obbligatoria, ma anche quella integrativa, ovvero i fondi pensione. Che, va detto, già presentano diversi elementi di flessibilità.

 

I fondi pensione per esempio consentono di rimandare il momento in cui si inizia a percepire la rendita oltre l¿età pensionabile, continuando a effettuare i versamenti e quindi a beneficiare delle agevolazioni fiscali.

 

Inoltre è possibile beneficiare della prestazione (rendita o liquidazione in un¿unica soluzione nel limite massimo del 50% del capitale accumulato), fino a cinque anni prima dell¿età pensionabile. In caso di inoccupazione per un periodo superiore a 48 mesi e nel caso mancassero più di cinque anni, è possibile il riscatto totale della posizione previdenziale.

 

Il disegno di legge sulla concorrenza, in discussione in questi giorni, prevede che le rendite dei fondi pensione siano erogabili in caso di inoccupazione superiore non a 48 mesi, ma per un periodo ridotto a 24 mesi: chi lo desidera, potrà cioè chiedere di avere dal fondo una rendita temporanea, fino al conseguimento dei requisiti per la pensione.

 

Il disegno di legge prevede anche una maggiore flessibilità anche per quanto riguarda la contribuzione: i lavoratori dipendenti, in particolare, potranno scegliere di destinare al fondo pensione anche soltanto una quota del loro Tfr, invece del 100% necessario oggi. 

Una busta arancione anche per i fondi pensione - 21/06/2016

La comunicazione dei fondi pensione si allinea con quella dell¿Inps: dall¿anno prossimo il ¿progetto esemplificativo¿, con cui gli iscritti vengono informati, una volta all¿anno, di quella che potrà essere la loro rendita integrativa, si chiamerà ¿La mia pensione complementare¿, così come le stime dell¿Inps sono state battezzate ¿La mia pensione¿. Lo ha deciso la Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione.

 

A partire dal 2017, dunque, gli iscritti ai fondi pensione riceveranno una sorta di busta arancione (così viene chiamato comunemente il documento contenente le proiezioni), con la simulazione dell¿importo della prestazione attesa al momento del pensionamento.

 

La decisione della Covip punta a rendere più evidente la connessione tra la pensione obbligatoria di base e il sistema complementare, con l¿obiettivo di rendere, nel complesso, più consapevoli i singoli rispetto al loro futuro pensionistico.

 

I motori di calcolo per lo sviluppo delle proiezioni delle pensioni complementari, presenti nei siti web dei fondi pensione, consentono già ora di simulare l¿effetto sulla posizione individuale di eventuali opzioni esercitabili dall¿iscritto come anticipazioni o riscatti parziali.

 

Nella simulazione contenuta nel documento ¿La mia pensione complementare¿, che sarà inviata agli iscritti, si ipotizzerà una rivalutazione annuale dei contributi dell¿1% annuo reale, con un tasso di inflazione del 2%.

 

La posizione individuale relativa a ciascun anno di sviluppo della proiezione è calcolata tenendo conto della contribuzione lorda annua, del tasso di rendimento corrispondente al profilo di investimento dell¿aderente, dei costi praticati dal fondo pensione e del prelievo fiscale sui rendimenti della gestione, secondo la normativa vigente.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

In pensione tre anni prima con l¿Ape e il prestito della banca - 19/06/2016

Prende forma l¿Ape (acronimo di Anticipo PEnsione), la proposta del Governo per introdurre più flessibilità nell¿uscita dal lavoro che è stata presentata nei giorni scorsi ai sindacati.

 

In pratica, la proposta consiste in un anticipo pensionistico per coloro ai quali manchino non più di tre anni all¿età di 66 anni e sette mesi richiesti per la pensione di vecchiaia (si tratta, per il 2017, dei nati dal 1951 al 1955, per il 2018 dei nati nel 1954, e per il 2019 dei nati nel 1955).

 

Il prestito bancario

 

Il lavoratore che vorrà l¿anticipo dovrà richiederlo sotto forma di un prestito bancario da restituire, con rate trattenute sulla pensione, in 20 anni. Le rate saranno pari, al massimo, a circa il 15% dell¿importo dell¿assegno. Il prestito invece non prevede garanzie reali da parte del beneficiario e prevede una copertura assicurativa per l¿ipotesi di premorienza.

 

Lo Stato dovrebbe stanziare 6-700 milioni di euro per coprire i costi della garanzia assicurativa per le banche che forniranno l¿anticipo attraverso l¿Inps e per finanziare le detrazioni fiscali (da concedere solo ad alcune categorie disagiate come i disoccupati o i lavoratori impiegati in attività usuranti) sulle rate di rimborso del prestito.

 

La copertura del prestito spetterà invece alle aziende nel caso in cui ci saranno pensionamenti anticipati per ristrutturazioni.

 

Penalizzazioni

 

La detrazione fiscale sarà modulata sul reddito e sulla situazione lavorativa. In sostanza si dovrebbe tendere ad annullare il taglio sulla pensione per la rata del prestito per le persone a più basso reddito e per quelle rimaste senza lavoro in età avanzata.

 

Opzione Rita

 

Chi già aderisce a un fondo pensione può abbattere almeno in parte il costo del prestito bancario ricorrendo alla Rita (rendita integrativa temporanea anticipata), un anticipo del capitale accumulato da richiedere prima della decorrenza della pensione.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Fondi pensione, aumentano gli iscritti, i rendimenti battono il Tfr - 16/06/2016

Una crescita degli iscritti del 12%, mentre il patrimonio si è incrementato del 7% e i rendimenti sono risultati in media superiori a quelli del Tfr: nonostante qualche ombra, il bilancio annuale del settore della previdenza integrativa, presentato nei giorni scorsi dal neo-presidente della Covip Mario Padula, è nel complesso positivo.

 

Aumentano gli iscritti, ma anche i ¿silenti¿

Secondo la Relazione 2015 della Commissione di vigilanza, alla fine dell¿anno scorso gli iscritti ai fondi pensione erano 7,2 milioni, con un aumento del 12,1% rispetto al 2014. Quasi 2,6 milioni sono gli iscritti ai Pip, i piani individuali previdenziali, 2,4 milioni ai fondi negoziali, 1,1 milioni dei fondi aperti e 640 mila ai fondi preesistenti. Importante la crescita dei fondi negoziali (più 24,4%), effetto dell¿iscrizione automatica, dall¿anno scorso, dei lavoratori dell¿edilizia.

 

La crescita degli aderenti ai Pip, seppure sostenuta (più 10,1%), ha rallentato rispetto agli ultimi cinque anni, mentre i fondi pensione aperti hanno ripreso velocità crescendo dell¿8,8%.

 

Anche quest¿anno si è ingrossato, però, l¿esercito dei cosiddetti ¿silenti¿, degli iscritti, cioè, che non hanno versato neanche un euro di contributi: un fenomeno legato in gran parte alla crisi economica e alla difficoltà di trovare risorse da destinare alla previdenza. E questa è una delle ombre più pesanti rilevate dalla Covip, secondo la quale, dai circa 1,6 milioni del 2014, i silenti sono saliti l¿anno scorso a circa 1,8 milioni. Tenendo conto di questo dato, il tasso di adesione alla previdenza complementare è fermo al 24,2%: meno di un lavoratore su quattro ha scelto di iscriversi. Sul totale pesano le scarse adesioni dei dipendenti pubblici, ferme al 5,2%, contro il 31% dei lavoratori del settore privato.

 

Meglio del Tfr

I rendimenti sono stati in media positivi per tutte le tipologie di fondi, nonostante l¿andamento altalenante dei mercati finanziari. I rendimenti medi, al netto dei costi di gestione e della fiscalità, si sono attestati al 2,7% nei fondi negoziali e al 3% nei fondi aperti. Per i Pip di tipo unit linked il rendimento medio è stato del 3,2 % mentre le gestioni separate di ramo primo hanno reso il 2,5%. Nello stesso periodo la rivalutazione del Tfr è stata pari all¿1,2%.

 

In calo il numero dei fondi

Rispetto al 2014 il numero totale dei fondi pensione si è ridotto di 27 unità: un dato positivo in un settore che mostra ancora un¿eccessiva frammentazione. Le dimensioni dei fondi sono tuttavia ancora limitate, visto che alla fine del 2015 solo 12 fondi raccoglievano più di 100 mila iscritti, e oltre la metà hanno meno di mille aderenti.

 

Cresce il patrimonio

A fine 2015 il patrimonio ha superato i 140 miliardi di euro, in aumento del 7,1% rispetto all¿anno precedente. La raccolta 2015 è stata pari a 13,5 miliardi di euro con un¿allocazione piuttosto stabile rispetto all¿anno precedente. Il 62,2% degli attivi sono investiti in titoli di debito, il 16,7% in titoli societari e il 12,8% in Oicr (fondi comuni di investimento).

 

In lieve aumento anche i costi

Rispetto al 2014 i costi medi sono leggermente cresciuti per tutte le forme di previdenza complementare. Nei fondi pensione negoziali l¿indicatore sintetico dei costi (Isc) è l¿1,1% per periodi di partecipazione di due anni e si abbassa fino ad arrivare allo 0,3% su un orizzonte temporale di 35 anni. Nei fondi pensione aperti, sugli stessi orizzonti temporali, l¿Isc passa dal 2,3% all¿1,2%, mentre per i Pip oscilla dal 3,8% all¿1,8%.

 

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Ania: bene la flessibilità, ma occorre un rilancio per la previdenza complementare - 06/06/2016

Puntare sulla flessibilità dell¿uscita dal lavoro, utilizzando anche le somme accumulate nei fondi pensione per finanziare il periodo di anticipazione. E rilanciare con tutti i mezzi possibili la previdenza complementare. Sono alcuni dei punti sollevati da Dario Focarelli, direttore generale dell¿Ania (l¿associazione delle imprese di assicurazione italiane) nel corso della sua audizione di fronte alle Commissioni parlamentari riunite, sul tema del Documento di economia e finanza 2016.

 

L¿intervento di Focarelli ha toccato vari aspetti relativi al mercato assicurativo, ma quelli legati alla previdenza sono tra i più attuali.

 

Per quanto riguarda la flessibilità in uscita dal lavoro, sulla quale il Governo sta mettendo a punto le sue proposte, Focarelli ha detto che si tratta di un obiettivo condiviso e ha sottolineato l¿importante contributo che può derivare dalla previdenza complementare. Il montante previdenziale accumulato, ha detto, può essere utilizzato come rendita temporanea, per finanziare, in tutto o in parte, la pensione per il periodo di anticipazione.

 

¿Ciò potrebbe utilmente essere favorito dallo Stato mediante interventi in due direzioni: favorire maggiori livelli di adesione alla previdenza complementare in via generale e, in maniera più mirata, incentivare fiscalmente il ricorso alle risorse accumulate nei fondi pensione finalizzato all¿anticipazione¿.

 

Il numero degli iscritti alla previdenza complementare, nonostante sia aumentato anche nel 2015, arrivando a 7,3 milioni di italiani, è ancora largamente inferiore alle attese e alle necessità. E le risorse destinate alle prestazioni, appena 138 miliardi circa, sono ¿una quota marginale rispetto alle attività finanziarie complessive detenute dalle famiglie italiane¿ e ¿insufficienti per un paese che vuole dotarsi di un sistema di welfare moderno¿.

 

Una pensione complementare è, afferma Focarelli, un¿esigenza indifferibile, soprattutto giovani, donne, lavoratori delle piccole e medie imprese. Ma spesso i cittadini non sono realmente consapevoli delle loro esigenze previdenziali.

 

In questa direzione va, giustamente, l¿iniziativa dell¿Inps che consente di stimare la pensione. Ma secondo il direttore generale dell¿Ania occorre anche far conoscere i vantaggi dell¿iscrizione a un fondo pensione. E in particolare:

- la fiscalità di favore riconosciuta all¿investimento previdenziale;

- la diversificazione dell¿investimento rispetto al sistema previdenziale di base;

- le performance finanziarie di lungo periodo, in media premianti rispetto agli impieghi di breve termine;

- la pluralità dell¿offerta, caratterizzata da costi di norma più contenuti rispetto ai comuni prodotti finanziari o assicurativi;

- le condizioni di flessibilità e liquidabilità della posizione previdenziale maggiori di quelle previste per il Tfr lasciato in azienda.

 

Ma per incentivare le adesioni sarebbe opportuno anche semplificare le norme fiscali sui fondi pensione e ripensare la tassazione sui rendimenti.

¿L¿attuale disciplina fiscale è basata com¿è noto su un sistema di tipo ¿Ett¿ (deducibilità dei versamenti, tassazione dei rendimenti finanziari in fase di accumulo e tassazione delle prestazioni al momento del pensionamento), a differenza di molti altri paesi che prevedono un sistema ¿Eet¿ in cui i rendimenti finanziari durante la fase di accumulo sono esenti da tassazione¿, ha spiegato Focarelli. ¿Anche in Italia sarebbe utile passare a tale configurazione che, differendo la tassazione, potrebbe ulteriormente incentivare le adesioni, oltre a semplificare gli adempimenti gestionali per gli operatori di settore¿.

 

Su questo fronte, in realtà, arrivano segnali contrari, come l¿aumento della tassazione sui rendimenti delle forme previdenziali.

 

Il direttore di Ania ha inoltre ribadito la necessità di intervenire sul limite di deducibilità fiscale dei contributi destinati alla previdenza complementare, che risale a circa 20 anni fa. Il tetto ¿potrebbe essere indicizzato o aggiornato automaticamente nel tempo¿.  E andrebbe introdotto un ¿diritto di ripensamento¿ nel conferimento del Tfr maturando, ¿in modo da rendere la scelta più flessibile e reversibile, con possibili effetti positivi sulla propensione ad aderire¿.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Rendimenti: fondi pensione meglio dei fondi comuni - 16/05/2016

Alla prova dei rendimenti, i fondi pensione battono i fondi comuni, almeno negli ultimi sette anni e mezzo, quelli che sono seguiti al fallimento di Lehman Brothers, vale a dire all¿inizio ¿ufficiale¿ della crisi dei mercati finanziari.

 

I fondi pensione hanno reso infatti oltre l¿1% annuo in più rispetto ai fondi comuni: il 3,86% contro il 2,68%.

 

A fare i conti è stato Icbpi (Istituto centrale delle banche popolari italiane), che ha messo a punto un set di indici che sintetizzano l¿andamento dei fondi pensione aperti e li ha messi a confronto con gli indici Fideuram dei fondi comuni di investimento.

 

La ricerca è stata presentata nel corso della Giornata nazionale della previdenza che si è svolta a Napoli la settimana scorsa.

 

Tra settembre 2008 e marzo 2016, dunque, il rendimento medio (annualizzato) dell¿indice generale Icbpi sui fondi pensione aperti è risultato del 3,86%, superiore di oltre un punto percentuale al 2,68% realizzato dall¿indice Fideuram generale.

 

Guardando alle singole tipologie di investimenti, i fondi pensione hanno battuto i fondi comuni in quasi tutti i casi: unica eccezione gli obbligazionari, con una differenza, peraltro, molto ridotta (0,01%).

 

 

Rendimento annualizzato
settembre 2008-marzo 2016

Fondi pensione (indici Icpbi)

Fondi comuni
(indici Fideuram)

Indice generale

3,86%

2,68%

Monetari

1,46%

0,75%

Obbligazionari

3,12%

3,13%

Bilanciati obbligazionari

3,67%

3,57%

Bilanciati

4,76%

4,28%

Azionari

4,74%

4,33%

Flessibili

2,88%

2,02%

 

 

In termini di volatilità, i fondi pensione aperti hanno mostrato un andamento più variabile rispetto ai fondi comuni. La volatilità (annualizzata) dell¿indice Icbpi generale è stata del 4,03%, contro il 3,40% calcolato per l¿indice Fideuram generale. Ma l¿intervallo di volatilità degli indici Fideuram risulta più ampio di quello degli indici Icbpi: si va infatti dallo 0,86% dei fondi comuni monetari al 13,28% di quelli azionari, mentre per i fondi pensione il range è compreso tra 1,28% e 9,53%.

 

Lo studio si sofferma inoltre sugli investimenti azionari, sottolineando una contraddizione nelle strategie dei fondi pensione.

 

È vero infatti che la performance dei fondi pensione aperti azionari è stata migliore di quella dei fondi comuni (4,74% contro 4,33%), e che la volatilità dei fondi pensione aperti azionari è sistematicamente inferiore a quella dei fondi comuni azionari. Ma questo significa anche che i fondi pensione aperti azionari hanno una percentuale di azioni in portafoglio mediamente inferiore a quella detenuta dai fondi comuni. E, considerando che l¿orizzonte temporale di investimento che caratterizza un fondo pensione azionario è tipicamente maggiore rispetto ad un fondo comune azionario, dovrebbe accadere esattamente il contrario.

 

Pensioni, si riaccende il dibattito - 05/05/2016

Il tema delle pensioni, e delle possibili modifiche alla normativa introdotta con la riforma Monti-Fornero nel 2011, torna di grande attualità. Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha annunciato che novità saranno introdotte nella legge di Stabilità 2017, mentre il numero uno dell¿Inps Tito Boeri punta il dito contro i vitalizi dei parlamentari.

 

Il premier Renzi ha spiegato, rispondendo alle domande del pubblico nel corso della diretta Twitter e Facebook #Matteorisponde, che l¿intervento del Governo introdurrà la flessibilità nell'uscita dal lavoro. Il programma si chiamerà Ape Anticipo Pensione. E prevede la possibilità di anticipare, con una decurtazione economica, l'ingresso in pensione. La modifica riguarda soltanto i nati nel 1951, 1952 e 1953, che sono stati penalizzati dall'aumento dell'età pensionabile previsto dall¿ultima riforma: chi oggi ha tra i 63 e i 65 anni, dunque, potrà andare in pensione prima dei 66 anni e sette mesi previsti attualmente dalla legge rinunciando a una quota della pensione proporzionata all¿anticipo.

 

I dettagli saranno definiti entro la fine di maggio, quando sarà presentato "position paper" del Governo sulle pensioni. Secondo quanto si è già appreso, il paper prevede la nascita di prestiti previdenziali, da parte di banche o assicurazioni, a coloro che anticipano l¿uscita dal lavoro: prestiti che saranno restituiti dall¿Inps nel momento in cui inizia l¿erogazione della pensione.

 

Le penalizzazioni sull¿importo della rendita, poi, sarebbero differenziate in base al numero di anni mancanti al raggiungimento del requisito e alla situazione, agevolando in particolare chi perde il lavoro e i casi di prepensionamento.  

 

Quanto ai vitalizi degli ex parlamentari, il presidente dell¿Inps Tito Boeri, nel corso di un¿audizione alla Commissione affari costituzionali, ha spiegato che, se fossero calcolati in base ai contributi versati (ovvero con il sistema contributivo) il loro importo sarebbe quasi dimezzato.

 

Boeri ha definito ¿insostenibile¿ il sistema dei vitalizi: il disavanzo tra contributi versati e rendite erogate, ha sottolineato, ¿è stato cospicuo fin dal 1978, quando ancora i percettori di vitalizi erano poco più di 500, prova evidente di un sistema insostenibile¿.

 

Nonostante le modifiche apportate di recente, anche nei prossimi dieci anni la spesa per i vitalizi degli ex parlamentari supererà, di circa 150 milioni l'anno, i contributi versati da deputati e senatori.

 

Se invece si applicasse agli ex parlamentari il sistema di calcolo contributivo, i risparmi potrebbero arrivare a 79 milioni di euro l¿anno.

 

 

Flessibilità, tra rinvii e proposte - 17/04/2016

In molti si attendevano che fosse inserita nel Def, il documento di Economia e Finanza approvato dal Governo all¿inizio di aprile. Così non è stato, e nel testo (anzi, in uno degli allegati, il Pnr, piano nazionale di riforme) si trova soltanto un cenno alla flessibilità nell¿uscita dal lavoro: ovvero alla possibilità, per chi è vicino al pensionamento ma non ha ancora maturato tutti i requisiti richiesti, di cessare la sua attività, con una pensione leggermente inferiore alla pensione ¿piena¿.

 

In un¿intervista al quotidiano il Messaggero, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini, ha tuttavia delineato quello che potrebbe essere il progetto del Governo per consentire un¿uscita anticipata dal lavoro. Entro la fine di maggio Palazzo Chigi dovrebbe presentare un ¿position paper¿, un documento da utilizzare come base per le modifiche normative alla legge sulle pensioni, che sarebbero inserite nella legge di Stabilità in discussione in autunno.

 

Secondo Nannicini, la possibilità di anticipare la pensione sarebbe legata alla nascita di un ¿mercato di prestiti previdenziali¿: anticipazioni che le banche o le assicurazioni verserebbero a chi cessa il lavoro, e che sarebbero restituite dall¿Inps nel momento in cui inizia l¿erogazione della pensione vera e propria.

 

¿Ci sono tre categorie¿, ha detto Nannicini al Messaggero. ¿La prima è quelle delle persone che hanno una preferenza ad andare in pensione prima, ad esempio la nonna dipendente pubblica che vuole accudire i nipotini. La seconda è quella di chi ha necessità di andare in pensione anticipatamente, in quanto ha perso il lavoro e non ha ancora i requisiti d'uscita. La terza categoria sono i lavoratori che l'azienda vuole mandare in pensione prima per ristrutturare l'organico aziendale. Ebbene, si potrebbe provare a creare un mercato di anticipi pensionistici, che oggi non c'è, coinvolgendo governo, Inps, banche, assicurazioni¿.

 

Chi, come ¿la nonna¿ citata dal sottosegretario, volesse smettere di lavorare prima (l¿ipotesi è di un massimo di tre anni di anticipo rispetto ai requisiti), avrebbe una ¿penalizzazione leggermente più forte¿. Nel caso di chi perde il lavoro, a pagare la penalizzazione sarebbe ¿in buona parte lo Stato¿, mentre nei prepensionamenti, sarebbero ¿le aziende a coprire una parte dei costi dell'anticipo, con un'assicurazione a garanzia del rischio morte pagato dallo Stato¿, spiega Nannicini che sottolinea tuttavia come si tratti solo di ¿una delle ipotesi allo studio¿.

 

Il progetto si dovrà confrontare con le altre proposte già avanzate, come quella del presidente dell¿Inps Tito Boeri. Secondo l¿economista, si tratterebbe di introdurre la possibilità di andare in pensione fino a tre anni prima rispetto alla data attualmente prevista dalla legge (66 anni e sette mesi), in cambio di una riduzione dell¿importo della pensione. In pratica ciò si tradurrebbe, di un taglio del 3% degli assegni per ogni anno di anticipo, con un massimo di poco più del 9%.

 

Chi si ritira con il massimo anticipo possibile, quindi a 63 anni e sette mesi, subisce una decurtazione, rispetto alla pensione piena, del 9,4%, riduzione che scende al 6,5% per chi si ritira a 64 anni e sette mesi e al 3,3% a 65 anni e sette mesi. Il taglio si azzera ovviamente a 66 anni e 7 mesi, quando matura il diritto alla pensione piena.

 

Fanno eccezione i lavoratori cosiddetti ¿precoci¿, coloro cioè che hanno iniziato a lavorare prima dei 18 anni, che possono accedere all¿anticipo fino a tre anni, con la pensione piena.

 

Alla Camera è stata presentata anche un¿altra proposta relativa alla pensione anticipata, la proposta Damiano, che prevede la possibilità di ritirarsi in anticipo con una decurtazione calcolata in maniera diversa e meno penalizzante, peri a circa il 2% all¿anno. Mentre la proposta Boeri prevede il diritto alla pensione anticipata con 20 anni contribuzione effettiva (cioè, da lavoro effettivo, escludendo quindi eventuali periodi di contributi figurativi), la proposta Damiano prevede 35 anni di contributi complessivi.

 

 

Inps: dimezzate le pensioni di vecchiaia - 11/04/2016

Tra il 2003 al 2015, le nuove pensioni di vecchiaia si sono quasi dimezzate, passando dalle 494 mila circa del 2003 alle 286 mila dell¿anno scorso. È un effetto delle riforme, che hanno aumentato i requisiti per la pensione, sia in termini di età sia di anzianità contributiva.

 

A rivelare il dato è l¿Osservatorio sulle pensioni, pubblicato dall¿Inps nei giorni scorsi.

 

L¿età media al momento del pensionamento, nello stesso periodo, è cresciuta di tre anni esatti: da 59,7 a 62,7 nel 2015. Nei primi due mesi del 2016 l¿età media di pensionamento di vecchiaia è di 65,4 anni mentre quella per le pensioni di anzianità è di 60,6 anni. Nonostante un incremento graduale dell¿età dovuto alle recenti modifiche normative, una percentuale rilevante di pensionamenti avviene prima dei 60 anni, aggiunge tuttavia lo studio.

 

All¿inizio del 2016 sono 18,1 milioni le pensioni erogate dall¿Inps, per una spesa previdenziale complessiva di 196,8 miliardi.

 

Il 63,4% delle pensioni è di importo inferiore ai 750 euro lordi mensili. Questa percentuale, che per le donne raggiunge il 77,1%, costituisce solo una misura indicativa della ¿povertà¿, sottolinea l¿Osservatorio, perché molti pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi.

 

Degli 11,5 milioni di pensioni di importo inferiore a 750 euro, solo il 45,4% (5,2 milioni) beneficia infatti di prestazioni legate a requisiti reddituali bassi (integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali e pensioni di invalidità civile). In questo caso il divario tra i generi è accentuato: per gli uomini la percentuale di prestazioni di importo inferiore a 750 euro scende al 45%, e se si considerano le sole pensioni di vecchiaia, il dato crolla al 24%. Per i maschi, inoltre, oltre un terzo delle pensioni di vecchiaia è di importo compreso fra 1.500 e 3 mila euro, mentre tra le donne, meno del 5% supera i 1.500 euro di rendita.

 

Un altro dato rilevato dall¿Osservatorio dell¿Inps è l¿aumento delle nuove prestazioni assistenziali, quelle rendite cioè che non corrispondono a versamenti di contributi effettuati nel tempo, ma vengono erogate a persone colpite da invalidità o a basso reddito: erano 465 mila nel 2003, sono salite a 571 mila nel 2015.

 

Le pensioni di invalidità civile sono quasi 3 milioni, e sono erogate per il 44% nel Sud.

Quando il fondo pensione aiuta a comprare casa - 07/04/2016

 

Chi è iscritto a un fondo pensione può chiedere un anticipo sulla futura rendita per acquistare la prima casa, anche se, nello stesso comune, possiede già un immobile. È una delle novità introdotte dalla legge di Stabilità 2016, che ha allargato i benefici fiscali per l¿acquisto della prima casa.

 

Fino all¿anno scorso, chi chiedeva l¿anticipazione per la prima casa doveva fornire al fondo pensione una autocertificazione nella quale dichiarava di non essere proprietario di alcuna unità abitativa nel comune nel quale era ubicato l¿immobile da acquistare.

 

Ora invece il fatto di essere già proprietari di un immobile comprato con le agevolazioni prima casa non impedisce un nuovo acquisto fiscalmente agevolato, a condizione che la vendita del primo immobile, situato nello stesso comune, avvenga entro un anno dal rogito relativo alla nuova abitazione.

 

Se però l¿immobile di cui si è già in possesso deriva da un eredità, o è stato acquistato senza agevolazioni fiscali, occorre venderlo per poter godere delle agevolazioni per il nuovo acquisto.

 

Le anticipazioni sulla posizione maturata presso un fondo pensione possono essere richieste, dopo otto anni di iscrizione, per l¿acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli, e per la ristrutturazione dell¿immobile. La somma non può superare il 75% della somma accantonata (il cosiddetto ¿montante¿).

 

Sempre entro il limite del 75%, possono essere richieste, in qualsiasi momento, anticipazioni nel caso di gravi situazioni di salute in cui si trova l¿iscritto, il coniuge o i figli: le somme possono essere destinate a terapie o interventi straordinari (per esempio, trapianti, interventi chirurgici al cuore, e altre gravissime situazioni, certificate dalla Asl).

 

È importante ricordare che la somma richiesta come anticipazione va a ridurre il montante accumulato e quindi, in proporzione, la futura rendita integrativa.

 

Per questo motivo è prevista la possibilità di reintegrare in qualsiasi momento la propria posizione pensionistica, anche attraverso versamenti che superino il limite di deducibilità di 5.164,57 euro annui.

 

In caso di difficoltà economiche, inoltre, chi è iscritto a una forma di previdenza individuale può chiedere un riscatto.

 

Il riscatto non può superare il 50% della somma maturata fino a quel momento se la richiesta è legata a cessazione dell¿attività lavorativa con un¿inoccupazione per un periodo compreso fra 12 e 48 mesi, oppure nei casi di procedure di mobilità e cassa integrazione guadagni ordinaria e straordinaria.

 

È invece possibile richiedere il riscatto totale (cioè fino al 100% del montante) in caso di invalidità permanente che comporti la riduzione della capacità lavorativa a meno di un terzo e in caso di cessazione dell¿attività lavorativa con un periodo di inoccupazione superiore a 48 mesi.

 

A differenza dell'anticipazione il riscatto non consente il reintegro della somma ricevuta.

Che pensione avrò? Tra simulatori e ¿buste arancioni¿ - 03/04/2016

Come fare per garantirsi un tenore di vita adeguato, una volta abbandonata l¿attività lavorativa? La risposta è ormai nota: attraverso la previdenza integrativa. Fondi pensione e piani previdenziali hanno proprio l¿obiettivo di aiutare ognuno di noi ad accantonare una parte dei nostri risparmi, nel periodo in cui siamo attivi, per assicurarci una rendita con cui integrare, un giorno, la pensione.

 

Ma quanto è necessario accantonare? Quale dev¿essere l¿entità della rendita integrativa? Rispondere a queste domande è altrettanto importante, ma per farlo occorre disporre di un¿informazione essenziale: quale sarà l¿importo della futura pensione. Solo conoscendo questo fattore, è possibile valutare quale sarà il ¿gap previdenziale¿, ovvero la differenza rispetto al reddito da lavoro, e quindi la necessaria integrazione.

 

L¿attuale presidente dell¿Inps, l¿economista Tito Boeri, ha fatto della necessità di informare gli italiani su questo aspetto quasi un punto d¿onore (incontrando non poche difficoltà: tecniche, ma anche politiche). L¿anno scorso l¿Inps ha messo a punto il ¿simulatore della pensione¿: uno strumento che consente agli iscritti all¿ente di previdenza di ottenere una proiezione della loro futura rendita. Per accedere al simulatore occorre accedere alla propria area riservata sul sito Internet dell¿Inps, utilizzando un codice individuale (Pin) di riconoscimento.

 

Non tutti gli italiani, però, sono ¿digitalizzati¿ o hanno familiarità con le tecnologie. Secondo i dati dell¿Istat, nel 2015 soltanto il 60% degli italiani si è connesso a Internet e appena il 30% degli utenti ha utilizzato la rete per interagire con la pubblica amministrazione.

 

Di qui la scelta dell¿istituto di ricorrere a uno strumento più tradizionale: una lettera cartacea da inviare a casa dei lavoratori. È stata ribattezzata ¿busta arancione¿ dal colore delle comunicazioni che l¿ente previdenziale della Svezia invia ormai da decenni ai suoi iscritti, aggiornandoli sull¿entità della futura pensione.

 

E anche la busta arancione dell¿Inps, che sarà inviata a 7 milioni di lavoratori italiani, a partire dalla metà di aprile (al ritmo, secondo l¿annuncio, di 150 mila lettere al giorno), conterrà la simulazione della pensione che ciascuno riceverà, insieme con l¿estratto conto della sua situazione contributiva.

 

Intanto anche alcune casse professionali hanno avviato il loro progetto di simulazione, in questi casi soltanto on-line, della pensione. Tra queste c¿è la Cassa forense, l¿ente previdenziale degli avvocati, che ha messo a disposizione degli iscritti un simulatore che consente di verificare la decorrenza e l¿importo della futura pensione calcolata sulla base della normativa vigente e di diverse ipotesi reddituali.

 

Strumenti simili sono a disposizione anche dei commercialisti (attraverso il portale della Cassa di categoria Cnpadc), degli agenti di commercio (Enasarco), dei medici (Enpam) e dei consulenti del lavoro (Enpacl).

 

All¿appello mancano tuttavia ancora numerosi enti: Inpgi (giornalisti), Cassa notariato, Enpav (veterinari), Enpap (psicologi), Enpapi (infermieri), Eppi (periti industriali), Enpab (biologi), Cipag (geometri), Enpaf (farmacisti), Enpaia (amministrativi agricoltura), Epap (attuari, chimici, agronomi, geologi) e Cnpr (ragionieri).

 

 

Per tutti costoro, ma anche per gli altri, sul nostro sito è disponibile un simulatore che consente di calcolare, oltre a una stima di quello che sarà il ¿gap pensionistico¿, anche l¿integrazione che è possibile ottenere con un piano di versamenti al fondo pensione.

È sufficiente inserire alcuni semplici dati (età, sesso, reddito attuale) per conoscere l¿importo della futura pensione e la differenza rispetto al reddito da lavoro. Selezionando la somma che si è disposti a versare mensilmente alla previdenza integrativa, è possibile calcolare anche quale sarà la rendita integrativa sulla quale si potrà contare. 

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

In pensione con 16 mila euro (lordi) all¿anno - 23/03/2016

È la media dei redditi, ai quali concorrono più trattamenti previdenziali, secondo un recente studio

Nel 2014 la spesa per le pensioni in Italia è stata pari a 216.107 milioni di euro, in linea con quella del 2013. Ciò significa, per ogni pensionato, un reddito medio di 16.638 euro (lordi) all¿anno, perché ognuno riceve in media 1,434 prestazioni: il reddito medio risulta insomma superiore ai mille euro al mese di cui si parla spesso. Anche se, come sempre, le medie risultano da dati molto diversi tra loro.

L¿analisi del mondo dei pensionati italiani è contenuta nel terzo rapporto ¿Bilancio del sistema previdenziale italiano¿, realizzato dal Centro studi di Itinerari Previdenziali.

Secondo lo studio, in Italia il rapporto tra occupati e pensionati (i dati sono sempre riferiti al 2014) è pari a 1,379: per ogni persona al lavoro, ce ne sono quasi 1,4 in pensione.

E in ogni famiglia arriva almeno un trattamento previdenziale, come indica il rapporto tra il numero delle prestazioni erogate e la popolazione: è in pagamento infatti una prestazione ogni 2,6 abitanti.

Lo studio riporta inoltre un censimento delle cosiddette ¿pensioni d¿oro¿. In testa, per spesa complessiva, c¿è la Regione Sicilia, con più di 16 mila pensionati che incassano, in media, 40 mila euro all¿anno, per un totale di 656 milioni di euro. Ma le rendite più alte sono quelle degli ex giudici della Corte Costituzionale, che in 29 si dividono 5,8 milioni di euro all¿anno, per una pensione media di 200 mila euro.

In tutto i pensionati d¿oro sono meno di 30 mila, per una spesa complessiva di poco più di 1,5 miliardi di euro.

pensioni doro

Fonte: Itinerari Previdenziali, Bilancio del sistema previdenziale italiano, terza edizione.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Fondi pensione, rendimenti in recupero a fine 2015 - 03/03/2016

Fine d¿anno in accelerazione per i fondi pensione italiani: grazie al recupero del quarto trimestre, i rendimenti del 2015 sono risultati alla fine più che soddisfacenti, e nettamente superiori a quelli del Tfr. Secondo i dati aggiornati della Covip, la commissione di vigilanza sulla previdenza integrativa, lo scorso anno i fondi negoziali hanno reso, in media, il 2,7%, i fondi aperti il 3% e i Pip cosiddetti "nuovi" (creati cioè successivamente alla riforma della previdenza integrativa) il 3,7%. Nello stesso periodo il Tfr ¿ trattamento di fine rapporto ¿ si è rivalutato dell'1,2%.

"A fronte di un andamento altalenante dei mercati finanziari nel corso del 2015, i risultati delle forme pensionistiche complementari sono stati in media positivi per tutte le tipologie di forma pensionistica e per i rispettivi comparti", commenta la Covip. Anche le performance dei fondi pensione hanno avuto un andamento "altalenante": alla fine del terzo trimestre, infatti, avevano segnato dati decisamente più deludenti: più 1,1% per i fondi negoziali, più 0,6% per i fondi aperti e meno 0,3% per i Pip, contro una rivalutazione dello 0,9% del Tfr.

Una conferma, una volta di più, che la resa dei prodotti di previdenza complementare va valutata sul lungo periodo.

I rendimenti 2015, inoltre, tengono conto dell¿innalzamento della tassazione sui rendimenti delle forme pensionistiche complementari previsto dalla Legge di stabilità 2015 e del conguaglio fiscale per il 2014 versato nel primo trimestre 2015, precisa la Commissione.

La nota dell'autorità di vigilanza riporta anche i dati sulle adesioni alla previdenza complementare che, a fine dicembre, sono arrivate a circa 7,3 milioni. Al netto delle uscite, la crescita nell¿anno è stata di circa 860 mila unità (più 13,4%).

L'incremento maggiore si è avuto per i fondi negoziali, con 530 mila iscritti in più, pari al 27,3%, dovuto quasi interamente al meccanismo di adesione automatica di tutti i lavoratori dipendenti del settore edile, con versamento del contributo a carico del datore di lavoro, partito l'anno scorso. Nel 2015 le adesioni al fondo di settore, Prevedi, sono balzate da 39 mila a circa 570 mila.

Nei fondi aperti gli iscritti sono aumentati di 93 mila unità (più 8,8%), per un totale di 1,150 milioni. Gli iscritti ai Pip ¿nuovi¿ sono 2,596 milioni, circa 238 mila in più (10,1%) rispetto alla fine del 2014.

Quanto al patrimonio, alla fine di dicembre 2015 si è attestato complessivamente a 138,4 miliardi di euro, con un aumento del 5,7% rispetto a un anno prima (esclusi i fondi pensione preesistenti e i Pip ¿vecchi¿, per i quali i dati non sono ancora disponibili).

I fondi negoziali pesano per 42,5 miliardi (più 7,3% rispetto a un anno prima), i Pip "nuovi" per 19,4 miliardi (più 10,4%) e i fondi aperti per 15,4 miliardi (più 18,7%).

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Pensioni più basse con i nuovi ¿coefficienti¿ - 24/02/2016

Pensioni più basse per chi va in pensione nel 2016. A parità delle altre caratteristiche (età, anni di lavoro, entità dei contributi versati, ecc.) chi smette di lavorare avrà, dal 1° gennaio scorso, un assegno un po¿ più basso rispetto a chi l¿ha fatto nel 2015.

Il motivo sta nell¿adozione dei nuovi ¿coefficienti di trasformazione¿: si tratta dei moltiplicatori che, applicati al ¿montante¿ (cioè al totale dei contributi versati), consentono di calcolare l¿importo della rendita per chi va in pensione con il metodo contributivo.

Questi valori non sono fissi, ma variano per tenere conto delle diverse aspettative di vita della popolazione italiana. In sostanza, se aumenta la durata della vita media, le pensioni devono essere pagate per un periodo più lungo, e quindi, dovendo utilizzare come base lo stesso ¿montante contributivo¿, dovranno essere di importo più basso.

Così, dal 1° gennaio 2016, i coefficienti di trasformazione sono stati ridotti. Il taglio, va detto, è modesto, ed è diverso a seconda dell¿età di chi va in pensione. Per chi esce dal lavoro a 57 anni, la riduzione è dell¿1,35% (il coefficiente passa da 4,304 a 4,246), mentre per chi attende i 70 anni la riduzione è del 2,50% (da 6,541 a 6,378).

Ciò significa in pratica che, per esempio, un lavoratore che nel 1995 aveva versato meno di 18 anni di contributi, ed è andato in pensione di vecchiaia lo scorso dicembre, all¿età di 66 anni e tre mesi, con un montante di 200 mila euro, ha una pensione superiore di 18 euro lordi al mese rispetto a chi, con gli stessi requisiti, andrà in pensione quest¿anno.

Si tratta evidentemente di una piccola somma, ma purtroppo le riduzioni si sommano alle riduzioni: rispetto all¿anno della riforma Dini, che ha introdotto il metodo di calcolo contributivo, i coefficienti di trasformazione si sono ridotti infatti di oltre il 12%. E altri cali sono, con molta probabilità, in arrivo nei prossimi anni. I nuovi coefficienti saranno in vigore fino al 2018, e poi, a partire dal 2019, saranno rivisti ogni due anni: e dato che è prevedibile un ulteriore allungamento dell¿aspettativa di vita degli italiani, ci saranno altri tagli dei coefficienti. E quindi delle pensioni.

La maggior parte dei nuovi pensionati, inoltre, va in pensione con il sistema misto: ciò significa che una parte della pensione viene ancora calcolata con il metodo retributivo, e quella rimanente con il contributivo. In dettaglio, per chi nel 1995 aveva già da parte 18 anni di contributi versati, il metodo contributivo si applica soltanto sulle somme versate a partire dal 2012; per gli altri, invece, a partire dal 1996.

Ciò non toglie che, di modifica in modifica, di revisione in revisione, gli importi delle pensioni continuano a ridursi. Oppure che, per ottenere lo stesso importo di pensione, occorre restare al lavoro più a lungo, e versare più contributi. Risparmiare in vista della propria vecchiaia, insomma, diventa sempre più necessario.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Fondi pensione, la crescita continua - 08/02/2016

Gli iscritti alla previdenza complementare in Italia hanno superato quota 7 milioni. A dirlo è la Covip, l¿authority che vigila sul settore, che ha pubblicato i dati aggiornati alla fine di settembre 2015. A quella data, precisa la Covip, gli iscritti a fondi negoziali, fondi aperti e Pip erano 7 milioni e 130 mila, con un incremento, rispetto all¿inizio dell¿anno, del 10,4%, pari a circa 670 mila unità.

La crescita più consistente si è avuta nel settore dei fondi negoziali, che con 472 mila nuove iscrizioni segnano nei nove mesi un balzo del 24,3%. L¿incremento, spiega l¿authority, si deve in gran parte ¿all¿innovativa esperienza del settore edile¿. Da gennaio 2015 infatti è stato introdotto un meccanismo di adesione automatica di tipo contrattuale, che prevede il versamento del contributo da parte del datore di lavoro per tutti i lavoratori dipendenti della categoria. Nel corso del 2015 le adesioni al fondo di settore, Prevedi, sono salite fino a coprire quasi l¿intera platea di riferimento, che è di circa 530 mila lavoratori.

Saldo positivo comunque anche per i fondi aperti, che hanno visto un aumento degli iscritti del 5,2%, pari a circa 55 mila unità, e alla fine di settembre sono arrivati a contare 1,111 milioni di lavoratori.

Gli iscritti ai Pip (piani individuali previdenziali) sono invece poco più di 2,5 milioni, con un aumento del 6,3% (circa 148 mila unità) rispetto alla fine del 2014.

Alla fine di settembre 2015 il patrimonio complessivo affidato alla previdenza complementare è arrivato a superare i 135 miliardi di euro, con un aumento del 3,2% nei nove mesi.

La quota maggiore fa capo ai fondi negoziali, con 41,5 miliardi, in crescita del 4,7%, seguono i Pip con 17,9 miliardi (più 4,8% rispetto a dicembre 2014) e i fondi aperti con 14,6 miliardi e una crescita del 9,9%, la più consistente fra le tre tipologie di prodotti previdenziali.

Meno brillanti, nel periodo considerato, i dati sui rendimenti.

¿Nei nove mesi del 2015¿, avverte la Covip, ¿i mercati finanziari hanno avuto un andamento altalenante: molto positivo nel primo trimestre, più contrastato nei mesi successivi. I risultati delle forme pensionistiche complementari ne hanno risentito, specie le linee di investimento a maggior contenuto azionario¿.

In media i fondi negoziali hanno registrato un rendimento positivo dell¿1,1%, mentre i fondi aperti hanno reso lo 0,6% e i Pip hanno segnato una leggera flessione (meno 0,3%). Nello stesso periodo, il Tfr si è rivalutato dello 0,9%.

Questi rendimenti, aggiunge la commissione di vigilanza, ¿tengono conto dell¿innalzamento della tassazione sui rendimenti delle forme pensionistiche complementari previsto dalla Legge di stabilità 2015 e del conguaglio fiscale per il 2014 versato nel primo trimestre 2015¿. 

Fondi pensione: può aderire anche chi in pensione c¿è già - 21/01/2016

Lavorano, consumano, risparmiano¿ gli over 65, in Italia e non solo, sono una parte sempre più attiva della popolazione, tanto che riferirsi loro come ad ¿anziani¿ appare sempre più inappropriato. Secondo un rapporto del Censis dello scorso novembre, per esempio, negli anni della crisi (2009-2014) gli ultra 65enni hanno incrementato la loro spesa per consumi del 4,7% in termini reali, mentre crollava quella delle famiglie italiane nell'insieme (meno 11,8%).

Il fatto è, spiega il Censis, che gli anziani hanno redditi certi (anche se non sempre alti), e patrimoni elevati e in crescita: negli ultimi 20 anni la ricchezza degli anziani (immobiliare e finanziaria) è più che raddoppiata: l¿incremento di valore è stato del 118%, tre volte tanto rispetto ai patrimoni medi delle famiglie italiane.

In più molti over 65 hanno ancora voglia di lavorare, sia per disporre di un reddito maggiore, sia per vivere attivamente la loro terza età: 3,2 milioni lavorano regolarmente o di tanto in tanto. E nei prossimi anni, aggiunge il Censis, 225mila si preparano a cercare lavoro e 407mila ad avviare un'attività autonoma.

Con queste premesse non sorprende che gli anziani o comunque chi è già in pensione scelga anche di aderire a un fondo pensione: una opportunità che la legge consente, a determinate condizioni, per poter godere in futuro di una rendita integrativa e, da subito, delle agevolazioni di natura fiscale legate alla previdenza integrativa.

Chi è già in pensione può aderire a un fondo pensione, come ha confermato in un apposito orientamento la Covip l¿organo di vigilanza della previdenza integrativa (provvedimento del 24 gennaio 2008).

A prevederlo è la legge che regola i fondi pensione (Dl 252 del 2005), in due punti. Secondo l¿articolo 8 (comma 11), chi è aderente da almeno un anno ad un fondo pensione ha la facoltà di proseguire nella contribuzione oltre la data di raggiungimento dell¿età pensionabile. Inoltre l¿articolo 11 (comma 2) stabilisce che il diritto alla pensione complementare si acquisisce al momento della maturazione della pensione del regime obbligatorio di appartenenza, con almeno cinque anni di partecipazione al fondo pensione.

Secondo la Covip, per ¿raggiungimento dell¿età pensionabile¿ si può intendere, in assenza di ulteriori specificazioni, il compimento dell¿età prevista, nel regime obbligatorio di appartenenza, per la pensione di vecchiaia.

Ciò significa, in concreto, che i titolari di pensione di vecchiaia e coloro che hanno raggiunto il limite di età previsto per il conseguimento della pensione di vecchiaia non possono aderire alle forme di previdenza complementare: possono però continuare a versare contributi (a patto che l¿adesione sia avvenuta almeno un anno prima della data del pensionamento).

Invece i titolari di pensioni di anzianità, che non abbiano raggiunto l¿età pensionabile (di vecchiaia), possono aderire a un fondo pensione, purché l¿iscrizione avvenga almeno un anno prima del compimento dell¿età prevista per loro come età pensionabile. Il pensionato che si trova in questa situazione può anche decidere autonomamente quando ricevere la prestazione pensionistica complementare.

Per chi si trova in questa situazione, i vantaggi sono innanzitutto la possibilità di ottenere la prestazione dopo un periodo di iscrizione relativamente limitato nel tempo (cinque anni), deducendo al tempo stesso (nel limite di 5.164,57 euro all'anno) i contributi versati al fondo in sede di dichiarazione dei redditi.

In molti casi poi, al termine del periodo, limitato, di contribuzione, l¿entità dei versamenti effettuati è tale da consentire di incassare tutto quanto versato sotto forma di capitale. Secondo la legge, infatti, se la rendita pensionistica che si ottiene convertendo il 70% del capitale accumulato nel fondo risulta inferiore al 50% della pensione sociale (che attualmente è di circa 500 euro mensili) è possibile incassare il capitale in un¿unica soluzione. Tutta la prestazione sarà dunque riscossa in capitale (mentre normalmente la possibilità è limitata al 50% massimo della somma) anziché in rendita, fermi restando i benefici fiscali goduti.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Ocse: le pensioni italiane costano troppo. E non garantiscono le fasce più deboli - 15/12/2015

La spesa per le pensioni pubbliche, in Italia, è ancora molto elevata. Le riforme avviate vanno nella direzione di una sensibile riduzione del costo, ma alcuni fattori potrebbero mettere a rischio questo processo. Nello stesso tempo, la rete di protezione sociale per le fasce più deboli è stata ridotta, e aumenta il rischio che molti lavoratori arrivino alla pensione dopo aver versato una quantità di contributi insufficiente a garantire una rendita adeguata.

Sono le conclusioni alle quali arriva il recentissimo studio dell¿Ocse ¿Pensions at a glance 2015¿, che ha analizzato i sistemi previdenziali dei 34 paesi dell¿Organizzazione.

Negli ultimi cinque anni, le pensioni pubbliche sono costate all¿Italia il 15,7% del Pil, un valore che è quasi il doppio rispetto alla media Ocse (8,4%) e secondo solo a quello della Grecia.

La riforma Fornero è intervenuta per ridurre decisamente l¿incidenza della spesa per le pensioni, soprattutto attraverso misure come l¿adozione del sistema contributivo per tutti I lavoratori, l¿aumento dell¿età del pensionamento e la sua equiparazione per uomini e donne. Secondo le proiezioni del gruppo di lavoro sull`invecchiamento dell¿Unione europea questo consentirà di ridurre, entro il 2060, la spesa pubblica per pensioni di circa 2 punti di Pil, un valore molto superiore a quello del resto dell¿Ue, dove si prevede una riduzione media dello 0,1%.

Il percorso, avvisa però lo studio dell¿Ocse, rischia di non essere così lineare. Il report cita in particolare la sentenza della Corte Costituzionale che, lo scorso maggio, ha bocciato il blocco delle indicizzazioni, introdotto fra il 2012 e il 2013, per le pensioni comprese fra tre e sei volte la ¿minima¿.

Dall¿altra parte il sistema previdenziale italiano offre oggi meno protezione alle fasce più deboli della popolazione.

Finora, spiega l¿Ocse, la previdenza sociale ha svolto un ruolo importante nel proteggere gli anziani dal rischio di povertà assicurando loro delle buone condizioni di vita rispetto ad altri gruppi di età. Oggi in Italia, 9,3% degli ultrasessantacinquenni vivono in situazione di povertà relativa, rispetto al 12,6%% nella popolazione totale.

Dall'anno prossimo non esisterà più la pensione integrata al minimo (che finora ha portato a una soglia minima di circa 500 euro anche le rendite inferiori a tale somma), e l¿unica rete di sicurezza rimasta per i futuri pensionati è una prestazione assistenziale, con un valore che lo studio definisce ¿relativamente basso¿: gli individui senza contributi previdenziali riceveranno il 19% del salario medio, contro una media del 22% nei paesi Ocse.

Ad aumentare il rischio che i futuri pensionati abbiano redditi insufficienti contribuiscono poi le difficoltà del mercato del lavoro. Sono sempre più numerosi gli italiani che, nel corso della loro vita lavorativa, affrontano periodi disoccupazione, o di lavoro part-time o precario. Ma le prestazioni pensionistiche dipendono strettamente dall¿entità dei contributi previdenziali versate: le interruzioni contributive avranno perciò un effetto più marcato sulle prestazioni pensionistiche del futuro, che spesso potranno non essere adeguate. Il rischio, dunque, è un aumento della povertà degli anziani nel futuro.

L¿effetto delle interruzioni di carriera e dei ritardi nell¿entrata sul mercato del lavoro potrebbe essere più elevato in Italia che nei paesi Ocse, dato che nel nostro paese ammortizzatori efficaci che proteggano la pensione dall¿effetto di interruzione di carriera.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

E se vado a lavorare all¿estero? - 21/12/2015

Redazione  Giornata Nazionale della Previdenza - @GNP_2015

Il nostro Paese ha stipulato numerose convenzioni con altre nazioni (Paesi dell¿Unione Europea, Svizzera, Usa, Argentina, Brasile ecc.) in materia di sicurezza sociale. Scopo degli accordi è quello di consentire all¿assicurato di utilizzare, ai fini della pensione, i vari periodi lavorativi svolti in più Stati.

Poniamo il caso di un lavoratore che abbia svolto attività per un periodo frazionato, che rischia di non raggiungere un diritto autonomo in alcuno dei Paesi in cui ha lavorato. Senza un accordo tra le diverse nazioni, il nostro lavoratore non avrebbe diritto ad alcuna prestazione. Grazie alle convenzioni, invece, avrà la possibilità di cumulare i vari periodi e raggiungere così il requisito per la pensione. In questo modo i Paesi interessati ¿riconoscono¿ l¿altra contribuzione, pur conservando la propria autonomia legislativa in materia. In altre parole, l¿ente di previdenza italiano liquida una pensione sulla base dell¿intera contribuzione (il diritto è determinato dal cumulo) e gli organismi esteri pagano la prestazione alle condizioni richieste in ognuno delle nazioni.

La copertura assicurativa per l¿attività svolta all¿estero crea qualche problema in più se si è lavorato in un Paese non convenzionato (in Sud Africa, ad esempio). In questi casi per recuperare i periodi in termini previdenziali non si può fare altro che ricorrere al riscatto (cioè pagando di tasca propria). L¿unica condizione richiesta è il possesso della cittadinanza italiana alla data della domanda. La richiesta, non soggetta a termini di decadenza, deve essere corredata di documentazione oggettivamente idonea a provare l¿esistenza e la durata del rapporto di lavoro (la prova dell¿importo delle retribuzioni percepite non è essenziale).

Tweet di @GNP_2015

Italia, si allunga la vita, ma per gli anziani poca assistenza - 09/12/2015

L¿assistenza sanitaria in Italia resta di ottimo livello, anche se la spesa pro capite, negli ultimi anni, è stata sensibilmente ridotta. Le aspettative di vita sono alte, tra le più elevate del mondo, ma per molti anziani la qualità della vita è insufficiente, sia per problemi di salute, sia per la carenza di strutture assistenziali.

È un quadro con luci e ombre quello che emerge dal rapporto Health at a Glance 2015 dell¿Ocse, che analizza la situazione del sistema sanitario nei paesi che fanno parte dell¿organizzazione. E che, per il nostro, evidenzia alcune buone notizie, e alcuni dati decisamente meno positivi.

Tra le buone notizie c¿è l¿alta aspettativa di vita. In Italia si vive sempre più a lungo: l¿aspettativa di vita, per un bambino o una bambina che nasce oggi è di 82,8 anni. Soltanto i giapponesi (83,4 anni), gli spagnoli (83,2) e gli svizzeri (82,9) hanno un¿aspettativa di vita più lunga.

Il rapporto analizza, accanto all¿aspettativa di vita alla nascita, quella a 65 anni. E anche in questo caso quella italiana è tra le più elevate, con 19 anni per gli uomini e 23 anni per le donne, contro una media rispettivamente di 18 e 21 anni.

Tuttavia, e qui arriva la prima brutta notizia, è più bassa, per gli italiani, l¿aspettativa di vita in buona salute: in sostanza, per chi arriva a 65 anni (uomo o donna che sia) in Italia, la prospettiva è di vivere in buona salute soltanto per sette anni, contro una media di nove anni negli altri paesi dell¿Ocse.

Gli anziani italiani dunque hanno bisogno di assistenza più dei loro ¿colleghi¿ del resto del mondo, ma nella realtà le cose non stanno così. I dati relativi all¿offerta di assistenza di lungo termine per gli anziani sono inferiori rispetto alla maggior parte dei paesi Ocse. In particolare appaiono insufficienti il numero di posti letto disponibili in ospedali e altre strutture sanitarie per chi ha bisogno di assistenza a lungo termine: sono soltanto 19,9 per ogni 100 abitanti ultra 65enni, contro una media di 49,7 nell¿Ocse, e valori record di oltre 70 posti letto in paesi come la Svezia e il Belgio.

Anche sul fronte delle strutture sanitarie in generale il quadro delineato dall¿Ocse non è univoco per quanto riguarda il nostro paese. Che da un lato può vantare una qualità dell¿assistenza sanitaria primaria e ospedaliera superiore alla media Ocse in molte aree. Dall¿altra evidenza livelli di spesa sanitaria inferiori a quelli degli altri paesi ad alto reddito.

Nel 2013 la spesa sanitaria italiana (pubblica e privata) è stata pari a 3.077 dollari pro capite, contro i 3.453 dollari della media. Il rapporto tra la spesa sanitaria e il Pil inoltre colloca l¿Italia è al 18° posto su 34 paesi è infatti pari all¿8,8%, contro l¿8,9% medio, ben lontano dal 16,4% degli Stati Uniti o dall¿11% di Olanda e Svizzera.

Ma non solo. La spesa sanitaria pro capite in Italia, rileva il rapporto, ¿è diminuita del 3,5% in termini reali nel 2013, il terzo anno consecutivo che vede una restrizione della spesa, e dati preliminari per il 2014 indicano un¿ulteriore riduzione dello 0,4%¿.

Insomma, il rischio di un peggioramento della qualità dell¿assistenza è nelle cifre.

I dati Ocse confermano dunque la necessità di ripensare il modello di welfare italiano, con una maggiore attenzione alle fasce di popolazione più anziane, e con una maggiore integrazione tra previdenza e sanità integrativa. 

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

"Non per cassa ma per equità": la ricetta Inps per le pensioni - 26/11/2015

Utilizzare le pensioni più elevate e i vitalizi per recuperare risorse a favore dei lavoratori più svantaggiati nell'accesso alla pensione. Prevedere un reddito minimo per chi, a 55 anni, non ha maturato il diritto alla pensione. Aumentare la flessibilità in uscita dal lavoro. Facilitare, rendendolo gratuito, il ricongiungimento delle pensioni maturate in regimi previdenziali diversi.

Sono alcune delle proposte contenute nel documento ¿Non per cassa ma per equità¿, nel quale l¿Inps guidato da Tito Boeri ha illustrato le sue proposte di modifica e riordino del sistema previdenziale.

Uno dei nodi centrali, tra i più discussi nei commenti seguiti alla pubblicazione del documento sul sito dell¿Istituto, riguarda una vera e propria sforbiciata per le pensioni più ricche: un¿operazione che consentirebbe di trovare i fondi con cui sostenere i lavoratori più in difficoltà.

Ad essere toccate non sono quelle che vengono comunemente definite ¿pensioni d¿oro¿ e che in realtà, partendo da circa 3 mila euro lordi al mese, nella maggior parte dei casi di dorato hanno ben poco.

Le riduzioni (nella proposta dell¿Inps si parla più asetticamente di ¿aggiustamento attuariale¿), riguarderebbero per esempio circa 250 mila percettori di pensioni molto elevate, in gran parte derivanti da gestioni speciali, che non sono giustificate dai contributi versati durante l¿intero arco della vita lavorativa. Nel mirino anche gli oltre 4 mila vitalizi erogati a chi ha ricoperto cariche elettive: soltanto da questi, secondo i calcoli dell¿Istituto, si potrebbero ricavare ben 87 milioni di euro.

Le risorse risparmiate in questo modo potrebbero finanziare il cosiddetto ¿sostegno di inclusione attiva¿, una sorta di reddito minimo, di circa 500 euro mensili per i lavoratori che, a 55 anni, restano senza lavoro ma non hanno maturato il diritto alla pensione.

Le proposte dell¿Inps riguardano inoltre il riordino delle prestazioni assistenziali per gli ultra 65enni (un¿altra misura dalla quale si potrebbero ricavare risorse da spendere diversamente e con maggiore equità) e la modifica del regime delle prestazioni assistenziali alle pensioni in regime internazionale, quelle cioè che vengono pagate all¿estero a cittadini italiani.

Un altro capitolo importante del documento riguarda la flessibilità in uscita dal lavoro grazie alla quale chi preferisce cessare prima la sua attività potrebbe anticipare i tempi della pensione, rinunciando a una parte dell¿assegno. Per esempio, i lavoratori con lunghe anzianità contributive (ma che hanno iniziato a lavorare dopo i 18 anni d¿età) che decidessero di accedere a pensioni anticipate, si vedrebbero applicare una riduzione delle prestazioni fino a un massimo del 10%.

E va nella direzione della semplificazione l¿ipotesi di consentire il ricongiungimento gratuito delle pensioni maturate in regimi diversi, favorendo chi, nel corso della sua vita, ha svolto attività diverse: una situazione sempre più diffusa tra le nuove generazioni.

Le proposte dell¿Inps, infine, puntano a evitare di aggravare i conti pubblici: il costo complessivo delle misure, spiega il documento, sarebbe di 160 milioni nel 2016, e di 3 miliardi dal 2019. Ma senza mettere a rischio la tenuta dei conti pubblici dato che complessivamente portano a ridurre il debito pubblico.

Con la pubblicazione del documento sul suo sito istituzionale, dunque, l¿Inps ha dato il suo contributo al dibattito sulle misure per rendere più sostenibile, ma anche più equo, il sistema previdenziale italiano. Un dibattito che, possiamo essere certi, è destinato a proseguire ancora a lungo.

I conti in rosso dell¿Inps - 12/11/2015

Fino al 2025 l¿Inps registrerà bilanci negativi, nell¿ordine di 10 miliardi di euro all¿anno. Ad affermarlo, basandosi sulle proiezioni dei bilanci tecnici, è Pietro Iocca, presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell¿istituto. Iocca, che è intervenuto nel corso di un¿audizione alla Camera, ha sottolineato che nel prossimo decennio si faranno sentire insieme il progressivo invecchiamento della popolazione e la difficoltà per i più giovani di ottenere una continuità retributiva, pagando quindi con regolarità i contributi previdenziali.

Nel 2014, d¿altra parte, la gestione economica dell¿Inps ha presentato un risultato di esercizio negativo per quasi 12,5 miliardi: più di 5 milioni derivanti dal comparto dei lavoratori dipendenti e il resto dalle altre gestioni previdenziali (a eccezione delle gestioni dei parasubordinati e dei lavoratori dello sport e spettacolo, che sono in attivo).

Secondo il presidente del Civ occorre intervenire sul personale dell¿ente, la cui età media è vicina ai 54 anni. Ma anche, e con urgenza, sul patrimonio immobiliare, che non solo non frutta nulla, ma addirittura costa circa 250 milioni di euro all¿anno perché gli affitti non coprono le spese di gestione.

Quel patrimonio, ha aggiunto Iocca, dovrebbe essere quantificato e valorizzato. Così come il patrimonio culturale dell¿ex Inpdap, che conta circa 6 mila opere d¿arte, alcune di grandissimo valore.

Sull¿allarme di Iocca è intervenuto il presidente dell¿Inps, Tito Boeri, per tranquillizzare i pensionati attuali e futuri. Le passività indicate da Iocca, ha spiegato alla stampa, sono dovute a motivi strutturali, come la vicenda dell¿ex Inpdap e delle gestioni speciali.

Ma la situazione è ampiamente gestibile. ¿Basteranno i trasferimenti annuali dello Stato¿ a tenere la situazione sotto controllo, ha assicurato Boeri. 

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Investimenti sempre più internazionali e diversificati - 20/10/2015

Investimenti sempre più internazionali e diversificati: è su questa strada che, a livello mondiale, si muovono i fondi pensione, secondo il recente rapporto sul settore realizzato dalla filiale lussemburghese di PwC (una delle maggiori società mondiali nel campo della consulenza e revisione) per l¿Alfi, l¿Associazione dell¿industria dei fondi del Lussemburgo. E il mercato italiano non fa eccezione.

Il patrimonio complessivo dei fondi pensione, a livello mondiale, secondo l¿analisi è arrivato, alla fine del 2014, a 37.600 miliardi di dollari, contro i 21 mila del 2008. La crescita maggiore è stata registrata dai fondi pensione del Sud America, i cui asset sono aumentati dai 184 miliardi di dollari del 2008 ai 528 del 2014, con una crescita di oltre il 19% l¿anno. I fondi pensione del Nord America si confermano i più importanti del mondo, con un patrimioni0 di oltre 27 mila miliardi di dollari nel 2014, in crescita dai 15.800 del 2008.

Gli investimenti esteri dei fondi, per quanto riguarda i paesi Ocse (esclusi gli Stati uniti), sono passati dal 25% del totale del 2008 al 31% del 2014.

In tutto i fondi pensione investono il 44% del loro portafoglio totale in azioni, il 28% in obbligazioni, il 26% in investimenti alternativi e il 2% in prodotti monetari. L¿allocazione però è molto diversa da una regione all¿altra: nel Nord America il 48% degli asset totali è investito in azioni, contro il 40% dell¿Asia-Pacifico, il 37% dell¿Europa e il 34% del Sud America.

Per quanto riguarda l¿Italia, il patrimonio dei fondi pensione è arrivato, alla fine del 2014 a 131 miliardi di euro, pari all¿8% del Pil. La percentuale è andata crescendo negli ultimi anni, durante i quali gli asset dei fondi sono cresciuti molto più velocemente del Pil: in media del 12% fra il 2010 e il 2014, contro lo 0,2% del Pil.

Il mercato italiano dei fondi pensione, nota tuttavia il report, non è ben sviluppato, e non solo dal punto di vista dimensionale. Si tratta di un mercato molto concentrato, in cui i dieci fondi pensione più grandi detengono il 69,4% del patrimonio complessivo. Tra questi il report comprende anche l¿Inps, con i suoi 21,6 miliardi di euro di asset, e una ¿quota di mercato¿ del 16,5%.

Solo il 7% dei fondi pensione italiani è a prestazione definita. Dopo diverse riforme, spiega il rapporto, ora tutti i fondi pensione operano con una contribuzione definita, poiché questo è l¿unico tipo di piano previdenziale ammesso dalla legge. I fondi a prestazione definita sono limitati a enti pre-esistenti.

I fondi pensione italiani investono solamente il 13% dei loro asset totali in azioni, l¿equivalente del 5% della capitalizzazione totale delle azioni italiane quotate in borsa.

Molto più importante l¿investimento in obbligazioni, pari al 51%, quasi il 32% è destinato a investimenti alternativi, prevalentemente di tipo immobiliare. La quota degli investimenti alternativi risulta tuttavia in calo rispetto al 36% del 2010. Il rimanente 4% è investito in prodotti di mercato monetario.

Gli investimenti all¿estero rappresentano il 53% del portafoglio totale dei fondi pensione italiani, che investono direttamente la gran parte dei loro asset, utilizzando fondi di investimento solo per il 10% del totale.

Il sistema pensionistico italiano sta vivendo un graduale cambiamento strutturale con la crescente partecipazione del sistema privato. Con 521 nuove registrazioni nel 2014, sottolinea il rapporto, il mercato italiano è ora aperto a 4,753 fondi Ucits ¿cross-border¿.

L¿Italia, concludono gli analisti di PwC, deve fare i conti con un critico, e crescente, tasso di dipendenza degli anziani (il rapporto tra la popolazione di età 65 anni e più e la popolazione in età attiva), arrivato al 33% nel 2014. E questo, insieme con un basso rapporto tra fondi a prestazione definita e fondi a contribuzione definita, dovrebbe portare i fondi pensione italiani ad adottare un approccio di investimento più bilanciato. In particolare, conclude il report, è prevedibile che debbano ricorrere a una crescente esposizione agli investimenti azionari, per incrementare la diversificazione dei portafogli.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Inps: sono 400 mila i pensionati italiani all¿estero - 20/10/2015

Sono circa 400 mila gli italiani che decidono di godersi la loro pensione all¿estero. E secondo un rapporto dell¿Inps, il loro numero è in continuo e rapido aumento: nel 2014 è cresciuto di ben il 65%, ed è più che raddoppiato dal 2010 al 2014.

Non bisogna però pensare ad anziani nababbi che si godono al sole dei Caraibi le loro ricche pensioni. In realtà gli italiani, lasciato il lavoro, scelgono di trasferirsi in paesi in cui il costo della vita è più basso e il peso del fisco incide in misura inferiore sulle pensioni. L¿importo complessivo erogato all¿estero dall¿istituto, peraltro, è di un miliardo di euro: in media, dunque, circa 2.500 euro (lordi) a testa.

In particolare, il 71% dei pensionati emigrati negli ultimi cinque anni si è trasferito in altri paesi europei, il 10% in America settentrionale e il 6% in America meridionale. Ma la ¿diaspora¿ riguarda davvero tutto il mondo: sono ben 150 i paesi in cui l¿Inps versa assegni ai suoi pensionati.

Nei paesi che hanno stipulato una convenzione in materia fiscale con l¿Italia, le pensioni vengono versate al lordo delle imposte e, per evitare una doppia tassazione, le tasse vengono applicate solo nei paesi esteri di residenza. Inoltre, sottolinea il rapporto dell¿Inps, l¿Italia è uno dei pochi paesi a riconoscere la portabilità extra-Ue della parte non contributiva delle pensioni. Si tratta delle integrazioni al minimo e delle maggiorazioni sociali che l¿Inps paga (ricorrendo alla fiscalità generale, cioè alle imposte pagate da tutti i cittadini) a persone che vivono e pagano le tasse altrove, riducendo così il costo dell'assistenza sociale in questi paesi.

È partendo da questi presupposti che il presidente dell¿Inps, Tito Boeri, ha proposto di non pagare più, a chi vive e paga le tasse all¿estero, pensioni che non siano legate a contributi effettivamente versati: queste somme, ha sostenuto Boeri, dovrebbero essere piuttosto impiegate per realizzare una rete di assistenza sociale di base per chi vive e paga le tasse in Italia.

L¿altra faccia della medaglia, messa in evidenza anch¿essa dall¿analisi dell¿istituto di previdenza, è quella dei lavoratori stranieri che, dopo avere lavorato per anni in Italia pagando i relativi contributi, decidono di rientrare nel paese di nascita, o di trasferirsi altrove, e lasciano nel nostro paese i contributi versati.

Gli stranieri nati prima del 1949 e che quindi hanno raggiunto i requisiti minimi per la pensione, che hanno lasciato l¿Italia sono, secondo l¿Inps, poco meno di 200 mila. E, non avendo ottenuto la pensione né il rimborso dei contributi, hanno lasciato un ¿tesoretto¿ di 3 miliardi di euro.

Sempre secondo il presidente Inps, questa somma potrebbe essere utilizzata per favorire, con un apposito fondo, le politiche di integrazione degli immigrati. 

Fonte lamiaprevidenza.it

Fondi pensione: i ¿top 300¿ gestiscono oltre 15 mila miliardi di dollari - 23/09/2015

Il patrimonio complessivo gestito dai 300 più grandi fondi pensione a livello mondiale ha superato, alla fine del 2014, i 15 mila miliardi di dollari. Il dato risulta dell¿analisi che annualmente viene condotta da Towers Watson, società leader a livello mondiale nella consulenza direzionale e organizzativa, sui 300 fondi pensione più grandi del mondo che rappresentano, tutti insieme, il 43% circa del patrimonio previdenziale globale.

Secondo il report, lo scorso anno gli asset sono cresciuti del 3%: un andamento positivo che segna tuttavia un rallentamento rispetto al più 6% del 2013.

Negli ultimi dieci anni, aggiunge il rapporto, il patrimonio è più che raddoppiato: nel 2004 infatti i 300 maggiori fondi pensione gestivano complessivamente 8.400 miliardi di dollari.

Anche in Italia la crescita è stata significativa. Secondo i dati dell¿autorità di vigilanza del settore, Covip, alla fine del 2014 il patrimonio dei fondi pensione italiani è arrivato a quota 131 miliardi di euro, con un incremento del 12,4% rispetto all¿anno precedente.

L'indagine di Towers Watson evidenzia come le aree geografiche caratterizzate dal maggiore tasso di sviluppo siano il Nord America, con una crescita dell¿8% annuo negli ultimi cinque anni, seguito dall¿Europa (oltre il 7%) e dall¿Asia-Pacifico (intorno al 4%).

I fondi a prestazione definita rappresentano il 67% del totale dei patrimoni in gestione, in calo rispetto al 75% di cinque anni fa. Durante il 2014, gli asset dei fondi a contribuzione definita sono quelli cresciuti maggiormente (quasi il 5%).

Secondo la ricerca, gli Stati Uniti restano il paese con la maggiore quota di attività gestite da fondi pensione, pari al 38%, seguiti dal Giappone con circa il 12%. L'Olanda, con il 7%, detiene la terza posizione, mentre Norvegia e Canada sono quarta e quinta con oltre il 6% ciascuno.

I fondi sovrani presenti fra i top 300 sono 27, con un valore di circa 4.200 miliardi di dollari, pari al 28% dei patrimoni. I 114 fondi del settore pubblico inclusi nella ricerca hanno un valore pari a 6 miliardi dollari a fine 2014, corrispondente al 39% del totale. Fondi settoriali di natura privata (60) e fondi aziendali (99) rappresentano rispettivamente il 14% e il 19% del patrimonio gestito considerato.

¿Il tema di una buona e ampia diversificazione sta tornando sempre più attuale per i fondi pensione principali, a maggior ragione per affrontare al meglio momenti di stress come quello a cui stiamo assistendo in questo momento¿, commenta Alessandra Pasquoni, responsabile Towers Watson in Italia per l¿attività di investment consulting. ¿Ci aspettiamo che a livello mondiale i fondi accelerino la propria diversificazione, muovendosi da investimenti in titoli azionari verso altre classi di attività e continuando a ridurre il livello complessivo di rischio dei loro portafogli, al momento esclusivamente focalizzati nella massimizzazione del rendimento. Alcuni tra i fondi più innovativi hanno già trasformato la loro struttura di governance al fine di garantirsi un vantaggio competitivo durante la fase di aggiustamento del portafoglio¿.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Ania: informazione e fisco per rilanciare la previdenza complementare - 13/09/2015

¿L¿intelaiatura del nostro sistema previdenziale è stata già tracciata ed occorrono solo interventi di manutenzione per il sistema obbligatorio, mentre per il sistema di previdenza complementare servono azioni più coerenti e incisive volte a rivitalizzare le adesioni, evitando misure controproducenti come quelle introdotte nell¿ultima legge di Stabilità¿. Ad affermarlo è Luigi Di Falco, responsabile Servizio Vita e Welfare dell¿Ania, l¿associazione che riunisce le imprese di assicurazione italiane.

Nel corso di una recente audizione alla Commissione parlamentare di controllo sull¿attività degli enti previdenziali, Di Falco ha anche avanzato, a nome dell¿associazione, alcune proposte.

Secondo l¿Ania, è necessario rivitalizzare le adesioni alla previdenza complementare: fondi pensione e Pip (piani individuali pensionistici). E il primo passo da compiere è far crescere la consapevolezza dei cittadini sull¿opportunità e la convenienza di aderire alla previdenza complementare.

L¿avvio del progetto ¿La Mia Pensione¿ da parte dell¿Inps è sicuramente positivo, ma non basta. Occorre anche avviare campagne di sensibilizzazione specifiche sui fondi pensione e i Pip per far conoscere ai cittadini i vantaggi connessi all¿adesione.

Tra questi, Di Falco ricorda:

- la fiscalità di favore riconosciuta all¿investimento previdenziale

- la diversificazione dell¿investimento rispetto al sistema previdenziale di base

- le performance finanziarie di lungo periodo, in media premianti rispetto agli impieghi di breve termine

- la pluralità dell¿offerta, caratterizzata da costi di norma più contenuti rispetto ai comuni prodotti finanziari o assicurativi

- le condizioni di flessibilità e liquidabilità della posizione previdenziale maggiori di quelle previste per il Tfr lasciato in azienda.

Un altro terreno d¿azione è rappresentato, secondo l¿Ania, dalla fiscalità. E¿ necessario, afferma l¿associazione, semplificare le norme fiscali sui fondi pensione e ripensare la tassazione sui rendimenti dopo le modifiche introdotte dalla legge di Stabilità. Sarebbe auspicabile in particolare l¿adozione di un sistema in cui i rendimenti finanziari durante la fase di accumulo sono esenti da tassazione.

Anche il limite di deducibilità fiscale dei contributi destinati alla previdenza complementare andrebbe aggiornato, sottolinea Di Falco, considerando che è ormai vecchio di circa 20 anni.

 

¿La flessibilità e la funzione di supporto della previdenza complementare andrebbe poi rafforzata, ad esempio permettendo in particolari casi di difficoltà del lavoratore di convertire il montante previdenziale accumulato in una rendita temporanea, in funzione degli anni mancanti al pensionamento¿, ha concluso l¿esponente di Ania.

 

Gli italiani e le pensioni: pessimisti ma poco informati - 30/08/2015

Cresce il numero di coloro che pensano di non avere, con la pensione, un reddito sufficiente. Ma resta inspiegabilmente alta la percentuale di coloro che non hanno fatto nulla per informarsi su come e quando potranno andare in pensione. È l¿atteggiamento degli italiani nei confronti del loro avvenire previdenziale, così come emerge dall¿ultima edizione dell¿Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani, realizzata dalla Doxa per il Centro Einaudi e Intesa Sanpaolo.

Dal quale arriva anche la conferma di un ricorso ancora molto ridotto alle forme di previdenza integrativa, scelta dal 13% appena degli intervistati.

Crescono i rischi

Come ogni forma di risparmio, anche la previdenza pubblica presenta rendimenti e rischi, ricordano gli autori della ricerca. La riforma del 1995 (riforma Dini) ha costituito la vera svolta nel sistema italiano, con l¿introduzione del metodo di calcolo contributivo che introduce una maggiore incertezza per quanto riguarda l¿entità della futura pensione.

Ma i lavoratori sono oggi soggetti anche a un rischio «politico», ossia all¿eventualità che in momenti di particolare «stress» vengano cambiate le regole di calcolo e/o erogazione della pensione, come in effetti è accaduto sotto più di un governo, da ultimo con la riforma Fornero del 2011.

Ma non le informazioni

Tutto questo sembra tuttavia essere stato accolto dagli italiani con un eccessivo disinteresse. Meno della metà degli intervistati nell¿ambito dell¿indagine si è informata sugli effetti dell¿ultima riforma: circa il 47% sull¿età di pensionamento e circa il 43% sull¿ammontare della pensione.

Fra i più giovani (25 - 34 anni) quelli non informati superano l¿80% sia riguardo all¿età sia riguardo alla pensione, mentre tra i 45 e i 54 anni, il 56% del campione si è informato sull¿età di pensionamento e il 52% sull¿ammontare della pensione.

Aumenta il numero dei pessimisti

I frequenti cambiamenti della normativa, poi, aumentano l¿incertezza, e questo si riflette sulle aspettative circa il reddito al momento della pensione.

Tra il 2007 e il 2015, rileva l¿indagine, è aumentata la percentuale di coloro che si attendono un reddito appena sufficiente: da meno di un quarto della popolazione nel 2007 a oltre un terzo (il 37%) nel 2015.

A dare giudizi più o meno negativi, nel 2015, sono circa il 18% degli intervistati (come nel 2007), ma calano sensibilmente i giudizi positivi, passati dal 48% al 35%.

Il peggioramento delle aspettative, aggiungono i ricercatori, ¿potrebbe anche derivare da un errore di stima, da parte degli intervistati, dell¿assegno pensionistico che li attende¿, ma è vero anche ¿che il campione include situazioni lavorative marginali che ¿ se protratte, porterebbero a pensioni molto ridotte; inoltre, il perdurare delle difficoltà economiche, abbinato al forte prelievo obbligatorio a fini previdenziali, che si estende ormai anche al lavoro autonomo, comprime il reddito corrente e rende per molti ancor più difficile l¿accesso alla pensione integrativa¿.

Ma la previdenza integrativa stenta a decollare

Su questo fronte, l¿analisi conferma come sia tuttora relativamente ridotta la percentuale di italiani che hanno sottoscritto una forma di previdenza integrativa: in media il 13%, che sale al 16% nel pieno della vita lavorativa (15,9% fra 35 e 44 anni e 15,4% fra 45 e 54 anni) e al 18% a ridosso del pensionamento (fascia 55-64 anni).

Tra coloro che non sono interessati ad aderire o a incrementare la contribuzione ai fondi pensione, una larga parte (circa il 46%) dichiara di non avere liquidità sufficiente, situazione che si mantiene abbastanza stabile in tutte le fasce d¿età ma peggiora (oltre il 47%) tra i 45 e i 54 anni e anche tra gli under 35.

¿Il risparmio previdenziale degli italiani si muove dunque lungo un sentiero alquanto stretto tra obblighi e desideri¿, concludono gli studiosi. ¿Se da un lato il sistema previdenziale pubblico appare sempre meno in grado, nella comune percezione e forse anche nella realtà, di garantire un sufficiente tenore di vita nell¿età anziana, dall¿altro questo stesso sistema vincola gran parte dei flussi di reddito delle famiglie, rendendo più difficile un¿effettiva diversificazione del risparmio previdenziale e contribuendo, insieme alla compressione del reddito causata dalla crisi, alla difficoltà di affrontare alcuni altri rischi percepiti come rilevanti¿.

 

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Rendimenti: così i prodotti di previdenza complementare battono il Tfr - 03/08/2015

Nel 2014 i fondi pensione hanno reso, in media, oltre il 7%, contro l¿1,3% del Tfr. E la previdenza integrativa esce vincente anche dai confronti sul lungo periodo

Tfr o fondo pensione? Conviene investire nella previdenza integrativa, oppure è meglio, e più prudente, lasciare in azienda il trattamento di fine rapporto, per incassare la tradizionale liquidazione nel momento in cui si lascerà il lavoro?

A favore dei fondi pensione si possono citare molti argomenti: la possibilità di poter contare in futuro su una pensione integrativa, le agevolazioni fiscali, la redditività degli investimenti¿ Spesso però, proprio quest¿ultimo aspetto non viene considerato nella giusta prospettiva.

Anche se si tratta di strumenti profondamente diversi, infatti, il Tfr e i fondi pensione sono le due strade, alternative, tra le quali i lavoratori si trovano a scegliere per quanto riguarda una parte importante di ¿retribuzione differita¿: una parte di stipendio che sarà corrisposta nel futuro. E confrontare quanto rendono l¿uno e gli altri è estremamente utile.

La rivalutazione del Tfr, in particolare, avviene in base a modalità fissate dalla legge. Questa prescrive che il trattamento di fine rapporto si rivaluti a un tasso pari all¿1,5% fisso, più il 75% dell¿aumento dell¿indice dei prezzi al consumo Istat, in pratica dell¿inflazione. Ciò significa che, quanto più l¿inflazione è bassa (se non addirittura negativa come è avvenuto di recente), tanto più basso sarà il tasso di rivalutazione del Tfr: per esempio, nel 2014 (quando l¿indice Istat ha avuto una variazione negativa) la rivalutazione è stata dell¿1,3%.

La dinamica dei prezzi al consumo, grazie anche alle misure di politica monetaria messe in atto dalla Banca centrale europea, sta gradualmente riprendendo a salire, ma non c¿è dubbio che quelli che stiamo vivendo siano tempi di bassa inflazione. E quindi anni in cui il Tfr è destinato a rivalutarsi in maniera molto limitata.

Assai diverso l¿andamento delle performance dei fondi pensione.

Secondo i dati ufficiali contenuti nell¿ultima relazione della Covip (l¿autorità di vigilanza sulla previdenza integrativa), nel 2014 tutte le forme pensionistiche complementari hanno realizzato rendimenti superiori all¿1,3% del Tfr. In particolare i fondi pensione negoziali hanno reso, in media, il 7,3%, quelli aperti il 7,5%1.

Quanto ai Pip, i piani individuali previdenziali che sono la forma di previdenza complementare proposta dalle compagnie di assicurazione, si nota una notevole differenza tra i rendimenti dei prodotti di ramo I e quelli di ramo III (nel mondo delle assicurazioni si parla di ¿rami¿ per distinguere le diverse tipologie di prodotti).

I Pip di ramo I hanno portafogli molto conservativi, con investimenti rivolti soprattutto al mercato obbligazionario. I loro rendimenti sono caratterizzati da una maggiore continuità nel tempo, ma risultano anche più contenuti, fermandosi intorno al 3% negli ultimi anni.

Nel ramo III rientrano invece i prodotti con un più marcato contenuto finanziario, e in particolare i Pip di tipo ¿unit linked¿, legati cioè a veri e propri fondi di investimento che, a fronte di una maggiore esposizione ai mercati finanziari, e quindi di un maggiore livello di rischio, possono offrire rendimenti più significativi: come il più 6,8% del 2014 e il più 10,9% del 2013.

 

Soltanto negli anni in cui i mercati finanziari hanno vissuto un¿estrema volatilità (il 2011, quando è iniziata la crisi dell¿eurozona, e il 2008, anno del fallimento della banca americana Lehman Brothers) il confronto è favorevole al Tfr. Che tuttavia si rivaluta sempre a un tasso molto ridotto, in media inferiore al 3% (vedere tabella qui sotto).

È giusto che chi sceglie sia consapevole dei rischi che comporta investire nei mercati finanziari. Ma occorre anche ricordare che, nel lungo periodo - e i fondi pensione sono il più tipico investimento di lungo periodo - i mercati tendono a recuperare abbondantemente le perdite.

Secondo statistiche indipendenti2, per esempio, il rendimento medio dei fondi pensione chiusi, negli ultimi tre anni, è stato del 23,8%, contro il 5,2% del Tfr netto. Negli ultimi cinque anni (che comprendono la crisi del 2011) i fondi pensione hanno realizzato in media il 29,4%, contro il 12,1% del Tfr. Nei dieci anni, poi, nonostante le due crisi attraversate dai mercati finanziari, i fondi negoziali hanno realizzato un rendimento del 51%, contro il 27,6% del Tfr.

 

Rendimenti annui in percentuale2
Elaborazione su dati Covip

 

Anno

Fondi pensione negoziali

Fondi pensione aperti

Pip
Ramo I

Pip
Ramo III

Tfr

2014

7,3

7,5

2,9

6,8

1,3

2013

5,4

8,1

3,2

10,9

1,7

2012

8,2

9,1

3,3

7,9

2,9

2011

0,1

-2,4

3,2

-5,2

3,5

2010

3,0

4,2

3,2

4,7

2,6

2009

8,5

11,3

3,1

14,5

2,0

2008

-6,3

-14,0

3,1

-21,9

2,7

 

 

Note:

1) Tutti i rendimenti sono al netto dell¿imposta sostitutiva; i rendimenti dei fondi pensione e dei Pip sono anche al netto dei costi di gestione.

2) Fonte: Db Itinerari Previdenziali.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Pensioni medie di 1.300 euro (lordi) al mese: la previdenza complementare può fare la differenza! - 27/07/2015

L¿Inps ha pubblicato il suo Rapporto annuale. In 6,6 milioni non arrivano ai mille euro mensili. La spesa complessiva è di quasi 270 miliardi all¿anno

Sono 6,6 milioni, il 42,5% del totale, i pensionati che, in Italia, non arrivano a mille euro, lordi, al mese. E tra questi, 1,9 milioni non superano i 500 euro mensili. Sono dati del Rapporto Inps 2014, che confermano come siano moltissimi i pensionati in situazioni di difficoltà.

Quanto valgono le pensioni

Il reddito pensionistico medio (la somma di tutti i redditi da pensione, sia di natura previdenziale che assistenziale) è pari (al 31 dicembre 2014) a 1.323 euro lordi mensili. E resta significativa la differenza di genere: per gli uomini la media è di 1.577 euro, per le donne di 1.108 euro al mese.

Oltre 3,6 milioni di individui (il 23,5% del totale) riceve tra i mille e i 1.500 euro lordi, mentre 2,7 milioni (pari al 17,2%) ricevono tra i 1.500 e i 2 mila euro. Nella fascia superiore, fra 2 mila e 3 mila euro, sono in 1,9 milioni (12,2%).

Infine i cosiddetti pensionati ¿d¿oro¿, quelli che ricevono oltre 3 mila euro mensili, sono 724.250 individui, il 4,6% di tutti i pensionati Inps. A loro va il 15,2% della spesa complessiva, quasi 41 miliardi, con pensioni medie di 4.336 euro lordi.

I conti dell¿istituto

Nel 2014 la spesa per pensioni in Italia è stata pari a 269,6 miliardi di euro, con una crescita dello 0,9% rispetto ai 267,1 miliardi dell¿anno precedente. La spesa previdenziale è pari al 15,3% del prodotto interno lordo.

L¿Inps mette in pagamento ogni mese complessivamente quasi 21 milioni di prestazioni a favore di circa 15,6 milioni di persone, di cui oltre 7,2 milioni (46,4%) sono uomini e 8,4 milioni sono donne (53,6%). Il numero delle prestazioni è superiore a quello dei beneficiari, perché alcuni incassano più di un trattamento previdenziale (per esempio, una pensione di reversibilità più una di invalidità).

Nel 2014 i conti dell¿istituto sono in rosso. L¿istituto ha avuto un risultato economico di esercizio negativo per 12,7 miliardi e un disavanzo finanziario (dovuto cioè alla sola gestione finanziaria) di 7,87 miliardi, (da meno 8,7 miliardi nel 2013). Questi dati, rassicura l¿istituto ¿non mettono a rischio la sostenibilità dell¿intero sistema di sicurezza sociale¿.

Il patrimonio netto dell¿ente è salito da 9.028 a 17.952 miliardi, grazie al ripianamento dei debiti verso lo Stato dell¿ex Inpdap per 21,7 miliardi.

Tra gli autonomi, gli artigiani hanno un disavanzo di circa 5/6 miliardi e i commercianti di circa un miliardo, controbilanciati da un avanzo di gestione di 7/8 miliardi dei parasubordinati. Il comparto dei dipendenti privati mantiene invece un sostanziale equilibrio.

Integrare la pensione con la previdenza complementare

Secondo l¿Istituto, dunque, non è in discussione la tenuta del sistema previdenziale italiano. Ciò che deve fare sicuramente riflettere, però, sono i dati relativi agli importi delle rendite: troppo numerose sono infatti quelle basse o bassissime, che non sono certo in grado di assicurare ai percettori una vecchiaia agiata, o almeno serena.

Con il passaggio al sistema di calcolo contributivo, poi, le cose non miglioreranno, anzi. Le pensioni calcolate sulla base dei contributi effettivamente versati risultano meno generose di quelle che fanno riferimento alla media delle ultime retribuzioni (sistema retributivo). E l¿allungamento della vita lavorativa potrà solo in parte compensare la differenza.

È indispensabile non soltanto acquisire consapevolezza su quello che sarà il proprio futuro previdenziale, ma anche correre ai ripari, prima possibile, utilizzando gli strumenti della previdenza complementare. Un piano previdenziale ben studiato può fare la differenza!

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

I vantaggi fiscali - 12/07/2015

Incoraggiare e aiutare concretamente il risparmio previdenziale: è con questo obiettivo che sono state introdotte alcune importanti agevolazioni fiscali per coloro che decidono di impiegare parte delle loro risorse attuali, del loro reddito, per investirlo nella futura pensione.

Questo vale in primo luogo per i contributi versati ai fondi pensione e ai piani individuali previdenziali (Pip). I contributi (compresi quelli del datore di lavoro e le quote di Tfr) sono infatti deducibili dal reddito, fino alla somma di 5.164 euro all¿anno. In pratica questo si traduce in un risparmio che può arrivare, a seconda del reddito di chi effettua i versamenti, e quindi dell¿aliquota marginale Irpef alla quale è soggetto, in un risparmio massimo compreso tra i 1.187 e i 2.220 euro all¿anno.

Contributi: lo sconto sull¿Irpef

Nella tabella qui sotto sono riportati alcuni esempi concreti. Nel primo, un lavoratore con un reddito annuo lordo di 20 mila euro annui versa una cifra di 500 euro annui alla previdenza integrativa: il risparmio sarà di 130 euro annui. Come si vede, il risparmio cresce all¿aumentare del reddito. Lo stesso contributo di 500 euro, per chi ha un reddito di 30 mila euro annui, comporta un vantaggio di 190 euro all¿anno, perché aumenta l¿aliquota Irpef.

Ovviamente poi risparmia di più chi versa più contributi: sullo stesso reddito di 40 mila euro lordi, si avrà un risparmio di 380 euro se i contributi sono di mille euro annui, e di 760 euro se si raddoppiano i versamenti.

Lo ¿sconto¿ più elevato corrisponde a un versamento di poco più di 5 mila euro all¿anno, che comporta un risparmio di 1.380 euro su un reddito di 20 mila euro, di 1.610 euro su un reddito di 30 mila, e così via, fino al massimo (2.220 euro) per chi guadagna 90 mila euro lordi all¿anno.

 

Reddito lordo annuo (euro)

Contributo annuo (euro)

Aliquota marginale Irpef

Risparmio annuo (euro)

20.000

500

27%

130

20.000

5.164

27%

1.380

30.000

500

38%

190

30.000

5.164

38%

1.610

40.000

1.000

38%

380

40.000

2.000

38%

760

50.000

5.164

38%

1.960

90.000

5.164

43%

2.220

 

I lavoratori più giovani, in particolare coloro che sono stati assunti dopo il 1° gennaio 2007, possono contare, a certe condizioni, su uno sconto ulteriore: nei 20 anni successivi al quinto di occupazione, possono infatti superare il limite di deducibilità di 5.164 euro all¿anno. La deducibilità nel loro caso può arrivare a una cifra complessiva pari alla differenza tra 25.823 euro e il totale dei contributi versati nei primi cinque anni di iscrizione alla previdenza complementare. Una definizione molto tecnica, che in sostanza si traduce nella possibilità di dedurre dal reddito, dal sesto anno di lavoro e fino al 20°, una cifra massima pari a 7.747 euro all¿anno.

 

Meno tasse su rendite e capitali

Anche la tassazione della prestazione finale (rendita o capitale) è agevolata. Innanzitutto sarà soggetta a imposizione soltanto la parte che, durante la fase di accumulo, non è ancora stata assoggettata a tassazione: saranno quindi esclusi i contribuiti non dedotti (quelli cioè che sono stati versati oltre la soglia dei 5.164 euro) e i rendimenti, che sono già stati tassati.

Sul resto si pagherà un¿aliquota del 15%, che si ridurrà dello 0,30% per ogni anno di partecipazione al fondo pensione o al piano previdenziale successivo al 15°, fino a un massimo del 6%. In pratica, chi resta iscritto per 35 anni o più alla previdenza complementare pagherà in base a un¿aliquota del 9%. Un valore decisamente contenuto, soprattutto se rapportato a qualsiasi altro investimento finanziario. Con l¿eccezione dei titoli di Stato (soggetti a un¿imposizione pari al 12,5%) gli investimenti finanziari scontano infatti un¿aliquota del 26%.

Cambia l¿aliquota sui rendimenti

Con la legge di Stabilità 2015 è stata innalzata la tassazione sui rendimenti di fondi pensione e Pip, che a partire da quest¿anno pagheranno, su alcuni tipi di investimenti, un¿aliquota del 20%, invece dell¿11,5% previsto in precedenza.

L¿aliquota del 20% non si applica sugli attivi investiti in titoli di Stato, che sono la parte preponderante dei patrimoni di fondi pensione e Pip: secondo alcune stime, l¿aliquota effettivamente pagata da questi soggetti dovrebbe risultare intorno al 15% dei rendimenti finanziari realizzati.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Pensioni: tra vent¿anni saranno pari a un terzo degli stipendi - 12/07/2015

Secondo l¿XI edizione del ¿Rapporto sullo stato sociale¿ dell¿università Sapienza di Roma, occorre puntare sulla previdenza complementare, e sulla flessibilità nell¿uscita dal lavoro

 

Nel 2036 le pensioni saranno pari, in media, al 33% dei salari medi. È una delle previsioni contenute nel Rapporto sullo stato sociale, uno studio, giunto alla undicesima edizione, sostenuto dal dipartimento di Economia e diritto e dal master di Economia pubblica dell¿università Sapienza di Roma, e curato da Roberto Pizzuti.

Per evitare che nei prossimi decenni un gran numero di pensionati riceva prestazioni previdenziali insufficienti (un rischio che riguarda in primo luogo i lavoratori cosiddetti precari) sarà necessario, secondo lo studio, da un lato prevedere contribuzioni figurative connesse ai periodi di disoccupazione involontaria, dall'altro favorire lo sviluppo della previdenza complementare.

Il settore della previdenza complementare, peraltro, dovrebbe essere riorganizzato, con un accorpamento dei fondi esistenti per creare economie di gestione. Oggi i fondi pensione sono quasi 500 (come ha rilevato anche la più recente relazione della Covip) ma soltanto 11 (che raccolgono quasi il 50% degli aderenti) hanno più di 100 mila iscritti, mentre ben 268 (in prevalenza fondi preesistenti) hanno meno di 100 iscritti.

Un¿altra proposta contenuta nel rapporto riguarda la possibilità, per i lavoratori, di incrementare, anche per periodi limitati, l¿entità dei propri contributi obbligatori: questo consentirebbe di migliorare la copertura pensionistica, senza costi aggiuntivi per la finanza pubblica, ma con un evidente vantaggio per le prestazioni.

Occorrerebbe inoltre introdurre una maggiore flessibilità per quanto riguarda l¿età del pensionamento, consentendo a chi lo desidera di prolungare la sua vita lavorativa e professionale. Lo studio boccia invece l¿ipotesi di ricalcolare con il metodo contributivo (basato sull¿entità dei contributi complessivamente versati) le pensioni già liquidate con il sistema retributivo (calcolato in base alla media delle ultime retribuzioni), un¿ipotesi sostenuta, fra gli altri, dal presidente dell¿Inps Tito Boeri. Il ricalcolo delle pensioni, secondo Pizzuti, sarebbe di fatto un¿imposta aggiuntiva sul reddito, che colpirebbe solo una parte dei pensionati e non necessariamente quelli con i redditi maggiori.

Lo studio si sofferma poi sul nodo degli investimenti dei fondi pensione nel ¿sistema Italia¿. Dei 130 miliardi di euro di patrimonio dei fondi pensione, infatti, calcola il rapporto, ben il 70% sono investiti all¿estero. Per ridurre questo sbilanciamento, lo studio suggerisce di destinare parte delle somme impiegate all¿estero a un piano di sviluppo infrastrutturale del paese, con una garanzia dei rendimenti indirettamente data dal settore pubblico.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Pensioni di scorta: crescono iscritti e patrimonio - 12/07/2015

Presentata dalla Covip, l¿authority del settore, la Relazione annuale. Gli aderenti sono arrivati a quota 6,5 milioni, il 5,4% in più in un anno

 

Alla fine del 2014 gli iscritti alle forme pensionistiche complementari erano 6,5 milioni: una percentuale pari al 29,4% del totale degli occupati, con un incremento del 5,4% rispetto a un anno prima. La crescita è dovuta soprattutto dall'aumento delle adesioni individuali ai Pip, i piani previdenziali individuali, e ai fondi aperti.

I dati sono stati diffusi dalla Covip, la commissione di vigilanza sulla previdenza complementare, nella sua Relazione annuale. Vediamo alcuni dei più significativi.

Aumentano gli iscritti

Alla fine del 2014 si contavano 6,5 milioni di iscritti totali. Il numero maggiore di aderenti è relativo ai Pip, che contano oltre 2,4 milioni con una crescita, anno su anno di circa il 15%. Seguono i fondi negoziali, con 1,9 milioni di iscritti, ma un lieve calo rispetto all¿anno prima (meno 0,3%) e i fondi aperti, con più di un milione di iscritti e una crescita del 7,2% sul 2013.

Nel complesso, nel 2014, la crescita degli aderenti al sistema è stata del 5,4%.

In crescita però sono anche gli iscritti ¿silenti¿, coloro cioè che non versano i contributi e che sono arrivati a 1,6 milioni. Il fenomeno riguarda le adesioni individuali più delle collettive ed è più diffuso tra gli autonomi che tra i dipendenti.

E cresce il patrimonio

Il patrimonio è arrivato a 131 miliardi di euro, il 12% in più rispetto alla fine del 2013. Ammontano a 13 miliardi i nuovi flussi, che hanno accresciuto lo stock già in essere, mentre le plusvalenze generate dalla gestione finanziaria sono state pari a circa 7,1 miliardi di euro.

Il patrimonio della previdenza complementare è pari all¿8,1% del Pil e al 3,3% delle attività finanziarie delle famiglie italiane, sottolinea la relazione.

Rendimenti positivi

Nel 2014 i fondi pensione negoziali e quelli aperti hanno ottenuto in media rendimenti pari, rispettivamente, al 7,3% e al 7,5%; i Pip di tipo unit linked hanno guadagnato il 6,8%, quelli di ramo I° (i cosiddetti fondi a gestione separata) il 2,9%. Nello stesso periodo la rivalutazione del Tfr è stata pari all¿1,3%. 

Costi stabili

Rispetto al 2013 i costi medi sono rimasti sostanzialmente stabili per tutte le forme di previdenza complementare. Nei fondi pensione negoziali l¿indicatore sintetico dei costi (Isc) è lo 0,9% per periodi di partecipazione di due anni e scende allo 0,2% su un orizzonte temporale di 35 anni. Nei fondi pensione aperti, sugli stessi orizzonti temporali, l¿Isc passa dal 2,1% all¿1,1%, mentre per i Pip va dal 3,5% all¿1,5%.

Portafogli: in testa le obbligazioni

Anche su questo fronte si rileva stabilità rispetto all¿anno precedente. I portafogli sono investiti per il 62% in titoli di debito (quattro quinti in titoli di Stato), per il 17% in azioni e per il 13% in Oicr (fondi di investimento). Il 35% del totale è investito in Italia (di cui 28 miliardi in titoli di Stato).

In calo il numero dei fondi

Rispetto al 2013 si contano 13 fondi pensione in meno. In totale la Covip ne conta 496, tra cui  323 fondi cosiddetti ¿preesistenti¿ (che esistevano già prima della riforma del 1992), 38 fondi negoziali, 56 fondi aperti e 78 piani individuali pensionistici (Pip). Tra tutti questi soltanto 11 hanno più di 100 mila iscritti e raccolgono quasi il 50% delle adesioni complessive. Sono 268 (in prevalenza fondi preesistenti) le casse con meno di 100 iscritti, pari all¿1% del totale.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Italiani: scettici sulla pensione, ma poco previdenti - 12/07/2015

Secondo una ricerca condotta dalla statunitense Pew Research, nel nostro paese ci sono le percentuali più alte di persone che si dicono pessimiste sul loro avvenire previdenziale. Ma troppo pochi mettono soldi da parte per questo

 

Gli Stati uniti stanno invecchiando: il numero di persone di età superiore ai 65 anni è destinato a raddoppiare entro il 2050. La Germania e l¿Italia sono le due nazioni più ¿vecchie¿ del mondo, dopo il Giappone, e sono già a quel livello, con un quinto della popolazione che ha superato il giro di boa dei 65 anni. Per questo la società di ricerca statunitense Pew Research ha condotto un¿analisi sul modo in cui gli italiani e i tedeschi affrontano i temi previdenziali, per avere una sorta di anticipazione di quello che sarà il futuro demografico degli Usa.

In realtà le differenze, in primo luogo culturali e politiche, sono notevoli. Circa la metà degli italiani e dei tedeschi pensano che debba essere lo stato a farsi carico del benessere finanziario della popolazione nell¿età avanzata, mentre la maggior parte degli statunitensi ritiene che siano la famiglie o gli individui stessi a doversene occupare.

I cittadini dei tre paesi però sono accomunati dallo scetticismo sul fatto che il loro sistema di sicurezza sociale sarà finanziariamente in grado di offrire loro benefici, sia pure a livelli ridotti. Tutti e tre i sistemi sono finanziati dai contributi dei lavoratori e, in Europa più che negli Usa, il numero crescente degli adulti anziani, unito al calo dei giovani attivi che versano contributi, ha reso difficile finanziare le pensioni attuali.

Gli italiani in proposito sono i più pessimisti. Soltanto il 7% (contro il 20% degli Usa e l¿11% della Germania) pensano che la previdenza sociale avrà abbastanza soldi per consentire loro di mantenere l¿attuale tenore di vita, il giorno in cui andranno in pensione. Il 29% si aspetta un livello ridotto (sono il 31% in Usa e il 45% in Germania) e ben il 53% pensa che non avrà nessun vantaggio (contro il 41% in entrambi gli altri paesi).

Nonostante questa visione negativa del futuro, gli italiani risparmiano decisamente meno degli altri con fini previdenziali. Più della metà degli americani (56%) e dei tedeschi (61%) che non sono ancora in pensione, secondo il sondaggio di Pew Research, stanno mettendo denaro in un fondo pensione o simili, oltre ai contributi obbligatori. In Italia lo fa solo il 23%, e la grande maggioranza, il 76%, afferma di non risparmiare affatto per la pensione.

Le percentuali sono, come è prevedibile, più basse nella fascia di popolazione più giovane. Ma anche qui, gli italiani si mostrano meno previdenti: solo il 13% dei giovani fra i 18 e i 29 anni, in Italia, risparmia per la pensione, contro il 44% della Germania e il 41% degli Usa. E nella fascia tra i 50 e i 64 anni soltanto il 25% degli italiani lo fa.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Pensioni, cosa cambia oltre al ¿bonus¿ - 12/07/2015

Il decreto con cui il governo è intervenuto dopo la sentenza della Consulta sull¿indicizzazione prevede anche novità sulla rivalutazione dei contributi, e sulla data di pagamento delle rendite

 

I titoli di tutti i giornali si sono concentrati sul ¿bonus¿, la somma che, il 1° agosto, sarà pagata ai pensionati per compensare la mancata indicizzazione all¿inflazione. Ma il più recente decreto del Governo in materia di pensioni prevede anche altre novità per i pensionati italiani, attuali e futuri.

 

Vediamo quali.

 

Il ¿bonus inflazione¿

La Corte costituzionale, nella sua ormai famosa sentenza del 30 aprile scorso, ha deciso che non è costituzionale la norma con cui, a suo tempo, il governo Monti bloccò l¿indicizzazione delle pensioni al costo della vita per il periodo 2012-2013. La disposizione aveva previsto che, per le pensioni superiori a tre volte la pensione ¿minima¿ (e cioè, all¿epoca, a poco più di 1.400 euro al mese), non dovesse essere pagato l¿adeguamento all¿inflazione.

 

Dopo la sentenza, dunque, il governo Renzi è intervenuto e ha previsto che, il prossimo 1° agosto, a circa 3,7 milioni di pensionati sarà pagato un rimborso. A partire dal primo settembre, inoltre, anche i pensionati con rendite superiori a tre volte la ¿minima¿ avranno diritto a un¿indicizzazione, per quanto parziale.

 

Per quanto riguarda il bonus, l¿Inps pagherà in media 500 euro a ciascun pensionato, con importi decrescenti all¿aumentare della pensione.

 

Per esempio, chi ha una pensione di 1.600 euro lordi, avrà un bonus di circa 700 euro (sempre lordi), che scenderanno 430 per chi incassa 2 mila euro e a 280 euro circa per chi ha una rendita di 2.700 euro. Nessun rimborso per chi percepisce oltre 3.200 euro lordi mensili (circa 650 mila pensionati).

 

A regime, con il recupero della indicizzazione, chi ha una pensione di 1.700 lordi avrà inoltre 180 euro l¿anno in più, mentre chi ne percepisce 2.700 avrà 60 euro l¿anno in più.

 

La pensione il primo del mese

L¿altra novità prevede il pagamento di tutte le pensioni il primo giorno del mese. La novità è già operativa dal 1° giugno, ma andrà completamente a regime il 1° luglio.

 

Nel primo giorno del mese saranno pagate tutte le pensioni erogate dall¿Inps, che finora prevedeva scadenze diverse per gli iscritti alle gestioni spettacolo e sportivi professionisti e alle gestioni pubbliche.

 

Stop alla rivalutazione negativa

Un po¿ più complessa la questione relativa alla rivalutazione del ¿montante¿, che riguarda le pensioni calcolate con il sistema contributivo: per chi ha cominciato a lavorare dopo la riforma Dini, e cioè dopo il 1995, tutta la rendita è calcolata in questo modo, per gli altri sono interessati solo i contributi successivi al 2012.

 

Il sistema contributivo prevede che l¿importo della pensione sia calcolato in funzione dei contributi versati. Il totale di questi versamenti rappresenta il ¿montante contributivo¿, ed è soggetto a una rivalutazione annuale, a un tasso pari alla variazione del Pil nei cinque anni precedenti.

 

Negli anni della crisi, però, il Pil italiano ha segnato variazioni negative, e così, nel 2014, la rivalutazione è risultata per la prima volta negativa: in pratica il montante, e quindi le relative pensioni, avrebbero dovuto perdere valore, anziché aumentare, con una perdita di quasi due euro per ogni euro versato.

 

Il decreto del governo ha ¿sterilizzato¿ la valorizzazione negativa, per quest¿anno, dei contributi versati fino al 31 dicembre 2013: in sostanza, invece dello 0,998073, si è attribuito, forzosamente, un valore pari a uno, evitando una ¿rivalutazione negativa¿ dei montanti.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

L'Inps rivela le future pensioni - 28/05/2015

L¿istituto mette a disposizione degli iscritti un simulatore on line, grazie al quale è possibile ottenere una stima del proprio assegno previdenziale

Quando potrò andare in pensione? E su quale rendita potrò contare? Sono domande che tutti i lavoratori si pongono, e non certo per una semplice curiosità: sapere quale sarà la rendita offerta dal sistema previdenziale pubblico è infatti essenziale per capire se è necessario provvedere, investendo parte del proprio reddito per integrare la futura pensione.

La previdenza integrativa ha proprio questo obiettivo: coprire, almeno in parte, il cosiddetto ¿gap previdenziale¿, ovvero il divario esistente tra il reddito da lavoro e quello da pensione. Ed è evidente che, se non si conoscono, almeno in modo approssimativo, questi importi, qualunque programma rischia di essere inefficace.

Ben venga perciò il ¿simulatore¿ dell¿Inps. L¿operazione ¿La mia pensione¿ è stata lanciata il 1° maggio scorso dall¿istituto previdenziale, e ha registrato fin dai primi giorni migliaia di accessi, perché ciò che offre è proprio la possibilità di ottenere una proiezione di quello che sarà la futura rendita.

Per conoscerla è sufficiente accedere, sul sito dell¿Inps, all¿area riservata, inserendo il proprio codice Pin.

Il tool fornisce prima di tutto la data prevista per il pensionamento, e poi la stima dell¿importo della pensione mensile lorda maturata. È possibile avere la proiezione della futura pensione di vecchiaia, sia dell¿eventuale pensionamento anticipato.

Ciascuno ha la possibilità di modificare alcuni parametri, come la data di pensionamento, l¿ipotesi di crescita della retribuzione (che di base è calcolato all¿1,5% annuo), e lo stesso stipendio, e si potranno inserire eventuali periodi di inattività.

Non è invece modificabile la previsione relativa alla crescita del Pil, impostato in un più 1,45% annuo in realtà un po¿ ottimista. Senza considerare la variazione negativa del 2014, per il 2015 le stime parlano di una crescita dello 0,4%. Il dato ha un impatto diretto sulla futura pensione, dato che i contributi accumulati si rivalutano ogni anno in base alla variazione registrata dal Pil nei cinque anni precedenti.

Il risultato in ogni caso, è una stima, che può cambiare sia per effetto di mutamenti nella vita lavorativa di ciascuno, sia per motivi esterni, che vanno dall¿andamento dell¿economia, all¿evoluzione delle aspettative di vita medie, e così via.

I primi a poter accedere alla simulazione sono i lavoratori under 40, circa 7,8 milioni di iscritti. In giugno ¿La mia pensione¿ sarà estesa a chi ha meno di 50 anni, il mese successivo agli over 50 e così via. Entro la fine del 2015 saranno interessati 17,7 milioni di iscritti. Mentre l¿anno prossimo, secondo la tabella di marcia dell¿Inps, toccherà ad altri 3,5 milioni di iscritti ai fondi speciali, a quelli con contributi da lavoro agricolo e da lavoro domestico e ai 3,2 milioni di dipendenti pubblici.

In ogni caso la simulazione è riservata a chi ha versato contributi per almeno cinque anni.

A chi non è ancora in possesso del Pin, a partire da settembre l¿Inps invierà una comunicazione cartacea con l¿estratto conto assicurativo individuale e una simulazione della situazione pensionistica, calcolata sulla base di parametri medi e non personalizzata, come quella disponibile via web.

Il Pin può in ogni caso essere richiesto direttamente sul sito internet dell'Inps.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

TFR in busta paga, conviene davvero? - 28/05/2015

L'opzione che consente ai lavoratori dipendenti di incassare con lo stipendio, ogni mese, il trattamento di fine rapporto, può essere esercitata fino al giugno 2018. Ecco come funziona

 

Dal 1° marzo scorso, il trattamento di fine rapporto, può essere incassato come integrazione dello stipendio mensile: i lavoratori dipendenti del settore privato possono cioè chiedere all'azienda di liquidare loro, con la busta paga, una somma pari all'importo del Tfr maturato nel mese.

 

Si tratta di una norma temporanea (sarà in vigore fino al 30 giugno 2018), di una "sperimentazione" decisa dal Governo con l'obiettivo di consentire un aumento del reddito disponibile dei lavoratori e di favorire così una ripresa dei consumi.

 

La possibilità di chiedere il Tfr in busta paga è riservata a coloro che hanno un'anzianità di servizio in azienda di almeno sei mesi (sono esclusi i lavoratori agricoli e i lavoratori domestici). E una volta fatta la scelta, non si può tornare indietro: fino al giugno del 2018 il Tfr sarà corrisposto con lo stipendio. La possibilità di esercitare l'opzione per il Tfr in busta paga, invece, è consentita per tutta la durata della sperimentazione. In pratica, anche a giugno 2018 si potrà fare la richiesta, che varrà per un solo mese.

 

Ma conviene davvero?

 

Il Tfr incassato con la busta paga è soggetto alla normali imposte sui redditi (Irpef), a differenza di quanto accade con il Tfr incassato alla cessazione del rapporto di lavoro, per il quale è prevista una tassazione separata, con un'aliquota compresa, a seconda dell'importo, fra il 23 e il 26%.

 

Secondo i dati elaborati dal sindacato Uil, con un reddito di 18 mila euro lordi, sul Tfr annuo, che sarà pari a 957 euro, si pagherà il 27% di imposte invece del 23%; con un reddito di 23 mila euro, il Tfr annuo sarà di 1.209 euro e su di esso si pagherà il 27% anziché il 23,9%; con un reddito di 35 mila euro, su un Tfr annuo pari a 1.806 euro si pagherà il 38% anziché il 25,3%.

 

Sempre secondo lo studio, inoltre, incassare il Tfr fa aumentare il reddito Isee, sulla cui base vengono calcolate tasse e tariffe locali: quanto si incassa di più ogni mese con lo stipendio, in sostanza, rischia di sparire, assorbito dalle maggiori rette da pagare per l'asilo nido o le tasse universitarie dei figli, o in ticket sanitari.

 

Anche chi ha aderito a un fondo pensione può chiedere che il Tfr gli sia liquidato con la busta paga. E anche in questo caso occorre valutare attentamente l'opportunità di aderire all'opzione: la parte di Tfr incassata in anticipo, infatti, non andrà ad alimentare il fondo, e la prestazione finale sarà di conseguenza ridotta: in pratica, si incasserà una rendita integrativa inferiore. L'entità della riduzione è ovviamente diversa per ciascuno (dipende dal livello retributivo, e quindi dall'entità delle somme incassate o accantonate, dall'anzianità lavorativa, da quanti anni mancano alla pensione e così via). Ma è stato calcolato che la riduzione dell¿assegno complementare può arrivare anche al 30%.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Caro iscritto ti scrivo - 17/05/2015

Cos'è e quali informazioni contiene la "comunicazione periodica" che i gestori della previdenza integrativa devono inviare una volta all'anno

 

È uno di quei documenti un po' ostici, pieni di cifre, percentuali e termini tecnici che di tanto in tanto ci arrivano per posta. Ma conviene dedicargli un po' della nostra attenzione. Perché la "comunicazione periodica" che i gestori delle diverse forme di previdenza integrativa, e quindi fondi pensione e piani individuali previdenziali (Pip), inviano una volta all'anno ai loro iscritti contiene informazioni importanti per capire come stanno andando le cose. E, oltre a fornire dati utili, può offrire lo spunto e l'occasione per apportare qualche modifica.

La legge prevede, per fondi e Pip, l'obbligo di inviare il documento entro il 31 marzo a tutti coloro che risultano iscritti alla data del 31 dicembre precedente. La comunicazione deve essere redatta secondo uno schema ben preciso disposto dalla Covip, l'ente di vigilanza della previdenza integrativa.

Il documento riporta innanzitutto i dati identificativi dell'iscritto; soprattutto chi lo riceve per la prima volta può approfittare per controllare che siano tutti corretti, e chiedere la rettifica degli eventuali errori.

In questa sezione è indicato anche chi sono i beneficiari in caso di premorienza. Mentre nel caso dei fondi pensione questi possono essere soltanto gli eredi legittimi, è importante ricordare che per i Pip, i piani pensionistici proposti dalle compagnie di assicurazione, c'è la possibilità di indicare liberamente i beneficiari, e di modificare in ogni momento l'indicazione. In mancanza di indicazioni, i beneficiari sono in ogni caso gli eredi.

Nella seconda sezione sono riepilogati i dati essenziali sulla posizione individuale dell'iscritto, aggiornati al 31 dicembre dell'anno precedente. Il primo dato è relativo all'ammontare complessivo della posizione, il totale cioè di quanto è stato versato fino a quel momento, compresi gli effetti della gestione finanziaria dei fondi, e dunque le eventuali rivalutazioni dei contributi, e le altrettanto eventuali perdite che, nelle linee di investimento che comportano un certo grado di rischio, possono verificarsi in determinate condizioni di mercato.

Per ciascuna delle linee di investimento in cui è suddiviso l'investimento nel fondo o nel Pip (per esempio: azionaria, bilanciata, obbligazionaria...) viene riportato il rendimento realizzato nell'anno precedente. Si tratta del dato al netto degli oneri e delle imposte pagate. Allo stesso modo, linea per linea, si riporta il Ter - total expense ratio, vale a dire il costo totale annuo che indica, in percentuale, l'incidenza sul patrimonio della linea di tutte le spese di gestione (eccettuati i costi connessi alla negoziazione dei titoli e le imposte).

Seguono una serie di tabelle. La prima indica la ripartizione dell'investimento dell'iscritto tra le diverse linee di gestione, aggiornata al 31 dicembre dei due anni precedenti. Lo schema può dare indicazioni importanti. È possibile infatti che, a causa dell'andamento dei mercati finanziari, si registrino delle modifiche rispetto alla ripartizione iniziale degli investimenti.

Facciamo un esempio. Al momento dell'iscrizione, si sceglie di destinare il 50% dei contributi, pari a 100 euro, a una linea azionaria e il 50% a una obbligazionaria. Nell'anno successivo, i mercati azionari vivono una fase particolarmente brillante, e quindi la linea azionaria si rivaluta del 20%, e quella obbligazionaria appena del 2%. Il risultato è che i 50 euro investiti nella linea azionaria sono diventati 60, e quelli nella linea più prudente sono 51. In totale si arriva 111 euro, ma su questi la linea azionaria pesa ora per oltre il 54%.

Viene riportato poi uno schema delle entrate e delle uscite realizzate nell'anno precedente. Tra le entrate vi sono in primo luogo i versamenti dell'iscritto, ai quali possono affiancarsi quelli del datore di lavoro. Altre entrate possono arrivare dai trasferimenti da un'altra forma pensionistica, o da reintegri di somme in precedenza prelevate dall'iscritto.

Tra le uscite possono esservi le anticipazioni richieste dall'iscritto per spese sanitarie o legate all'acquisto della prima casa, e gli eventuali riscatti parziali.

Il risultato è la posizione individuale, che viene messa a confronto con quella dell'anno precedente: lo schema indica la variazione che si è verificata specificando quanto di questa è dovuta alle entrate e alle uscite e quanto all'andamento finanziario dell'investimento.

Un'ulteriore tabella specifica il dettaglio delle operazioni in entrata e in uscita per le singole linee di investimento.

Un grafico riporta la composizione dell'investimento per classi di titoli, indicando quale parte è investita in strumenti di tipo azionario, quale in titoli obbligazionari, ecc.

È importante verificare che questa corrisponda effettivamente alle esigenze e alla situazione lavorativa e di vita dell'iscritto. In genere, una esposizione maggiore agli investimenti di tipo azionario è consigliabile ai lavoratori più giovani, mentre con l'aumentare dell'età, e con l'avvicinarsi del momento del pensionamento, è opportuno orientarsi su investimenti più conservativi. 

Un'altra serie di dati importanti riguarda la redditività delle linee di investimento. Nella comunicazione è riportata, per ciascuna, il rendimento realizzato nell'ultimo anno e negli ultimi tre, cinque e dieci anni. L'investimento previdenziale, infatti, è un tipico investimento a lungo termine, ed è più utile valutarlo su un periodo temporale superiore ai 12 mesi.

I rendimenti vengono inoltre messi a confronto con il benchmark, un indice del mercato finanziario. Una linea di investimento azionaria, per esempio, potrà avere come benchmark un indice delle borse internazionali, mentre una linea prudente avrà un benchmark obbligazionario: il confronto aiuta a comprendere se l'andamento del comparto è allineato o meno con quello del mercato di riferimento.

A commento della tabella si trovano alcune brevi note del gestore, che illustrano in sintesi l'andamento del mercato e le scelte di gestione operate nel corso dell'anno.

L'ultima tabella riguarda i costi. Per ciascuna linea vengono riportati il Ter - total expense ratio complessivo, e il Ter distinto per i costi legati alla gestione finanziaria e a quella amministrativa. Si tratta di costi medi, che non coincidono perfettamente con quelli relativi ai singoli aderenti.

Un'ultima sezione della comunicazione periodica è dedicata alle informazioni di carattere generale fornite dalla società, che possono riguardare per esempio variazioni degli elementi identificativi e delle caratteristiche del fondo/Pip.

Ma alla comunicazione si accompagna anche il progetto esemplificativo personalizzato, una stima di quello che sarà il capitale maturato alla data del pensionamento, e dell'ammontare della prima rata di rendita integrativa che sarà corrisposta dal fondo o dal Pip.

La previsione tiene conto della effettiva e specifica situazione dell'iscritto, ma è costruita sulla base di ipotesi, e non di dati certi, in particolare per quanto riguarda i rendimenti degli investimenti e la carriera lavorativa dell'iscritto. Non si tratta dunque di una "certificazione" di quella che sarà la rendita integrativa, ma di un'indicazione che consente al lavoratore di avere un'aspettativa concreta e credibile, ed eventualmente di cambiare le proprie scelte, modificando le caratteristiche del suo investimento e/o l'entità dei suoi versamenti.

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Pensioni: in quattro anni persi 1.800 euro a testa - 10/05/2015

Il dato, secondo uno studio Cer - Spi Cgil, è l'effetto del meccanismo di indicizzazione delle rendite introdotto dalla riforma Fornero

 

In quattro anni, i pensionati italiani hanno dovuto rinunciare, in media, a 1.800 euro a testa: tanto è costato il nuovo sistema di rivalutazione introdotto dalla la riforma Fornero. Il calcolo è contenuto in uno studio realizzato dal Cer - Centro Europa ricerche per il sindacato pensionati Spi-Cgil, che analizza gli effetti della riforma, in particolare per quanto riguarda il metodo con cui gli assegni dell'Inps vengono indicizzati all'inflazione.

Al posto di una indicizzazione piena, la legge Fornero ha introdotto infatti un sistema di adeguamento parziale, in particolare per quanto riguarda le rendite più elevate. Dal 2012 a oggi, spiega il Cer, chi ha una pensione compresa tra i 1.500 e i 1.750 euro lordi ha incassato 1.138 euro in meno, ma per le rendite superiori ai 3 mila euro si è arrivati a ben 3.567 euro.

In media, i 5,5 milioni di pensionati con un assegno superiore a circa 1.500 euro lordi (pari cioè a tre volte il trattamento minimo) hanno dovuto dunque rinunciare a 1.800 euro a testa, per un risparmio totale (per l'Inps) di 9,7 miliardi di euro.

È vero che, dall'estate del 2014, l'Italia deve fare i conti con la deflazione, e cioè con un calo e non con un aumento dei prezzi. Ma si tratta di una situazione anomala, contro la quale la Banca centrale europea è scesa in campo con decisione, con l'obiettivo di riportare l'inflazione al livello ritenuto ideale del 2% circa. E secondo i ricercatori, con un'inflazione intorno al 2% annuo, le pensioni medio-alte nel giro di un decennio perderebbero più o meno il 10% del loro valore.

Anche il prelievo fiscale ha svolto un ruolo significativo: l'inasprimento della tassazione, ha comportato una riduzione del valore reale di tutte le pensioni, ma in particolare di quelle medio-alte. E non si parla certo di rendite da nababbi, ma di pensioni superiori ai 2.500 euro lordi al mese.

Riuscire a mantenere, dopo il pensionamento, un tenore di vita paragonabile con il precedente diventa sempre più complicato. La maggior parte delle pensioni italiane, peraltro, sono decisamente modeste.

La grande maggioranza dei pensionati italiani, oltre l'80%, vive con meno di 2 mila euro lordi al mese. A dirlo sono i più recenti dati dell'Istat, relativi al 2013: il 41,3% dei pensionati percepisce un reddito da pensione inferiore a mille euro al mese, e il 39,4% si colloca tra i mille e i 2 mila euro.

Prendere coscienza del problema, e affrontarlo per tempo con un'adeguata pianificazione previdenziale, è dunque prioritario per una fascia crescente di italiani, che solo utilizzando gli strumenti messi a disposizione dalla previdenza complementare potranno centrare l'obiettivo di garantirsi, da pensionati, un reddito adeguato e un buon tenore di vita.

 

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it

Fondi pensione, il bilancio di un anno positivo - 03/05/2015

Nel 2014 sono cresciuti patrimonio e iscritti. Buoni anche i rendimenti, come risulta dai dati della Covip

Iscritti e patrimonio in crescita, e rendimenti più che soddisfacenti: il 2014 è stato un anno positivo per il mercato dei fondi pensione, come risulta dai dati ufficiali (anche se ancora provvisori) presentati nei giorni scorsi dalla Covip, l'authority che vigila sul settore.

E, dal momento che chi si affida alla previdenza complementare ha a cuore soprattutto la redditività del suo investimento, partiamo proprio dalle cifre che riguardano i rendimenti finanziari.

Performance medie al 7%

Lo scorso anno, tutte le forme pensionistiche analizzate hanno ottenuto performance positive. Per i fondi aperti il rendimento medio, secondo i dati della Covip, è stato del 7,5%. Analogo il dato relativo ai fondi negoziali (riservati a specifiche categorie professionali o ai dipendenti di singole imprese), che hanno realizzato in media il 7,3%.

I piani individuali previdenziali o Pip, offerti dalle compagnie assicurative, hanno dato in media il 7,3% per quanto riguarda la componente unit-linked (polizze collegate a veri e propri fondi di investimento), e il 3,8% per le gestioni separate (le cosiddette "rivalutabili", che sono le polizze vita più tradizionali).

Il termine di paragone naturale, per i prodotti delle previdenza integrativa, è la rivalutazione Tfr, il trattamento di fine rapporto, dato che, almeno in parte, si tratta di due investimenti alternativi: i lavoratori dipendenti possono infatti scegliere se destinare il loro Tfr a un fondo pensione oppure mantenerlo in azienda. Ebbene, nel 2014 la competizione è stata vinta abbondantemente dalle "pensioni di scorta", visto che la rivalutazione del Tfr si è fermata all'1,3%.

In un periodo particolarmente difficile per il mercati finanziari, come quello compreso tra l'inizio del 2000 e la fine del 2014, inoltre, i rendimenti cumulati dei fondi negoziali si sono attestati al 59,5% contro il 48% del Tfr. Negli stessi 14 anni, i fondi aperti, che sono caratterizzati in media da una maggiore esposizione azionaria, hanno guadagnato il 30,7%, ma se si considerano i soli fondi di tipo obbligazionario si sale a circa il 60%.

Mercato in crescita

Il mercato della previdenza complementare, in Italia, è ancora lontano dall'aver raggiunto tutto il suo pubblico potenziale. Tuttavia, anche dal punto di vista della crescita degli iscritti e del patrimonio complessivo, il 2014 può essere considerato un anno positivo.

Gli aderenti ai fondi pensione, alla fine di dicembre 2014, risultavano pari a circa 6,6 milioni, con un aumento, rispetto a un anno prima, di circa il 6,1% (381 mila unità).

La crescita più intensa ha riguardato i Pip, arrivati a poco meno di 2,5 aderenti, mentre i fondi aperti contano su circa un milione di iscritti (più 7%). In lieve calo invece il numero dei lavoratori iscritti a fondi negoziali (meno 0,3%), ma il loro numero resta ragguardevole: quasi 2 milioni di persone.

Il patrimonio complessivo delle diverse forme di previdenza complementare è così cresciuto in maniera significativa (più 8,5%), grazie da un lato ai rendimenti finanziari, dall'altro ai maggiori contributi versati dagli iscritti: le masse gestite sono cresciute del 21% per i Pip, del 16,4% per i fondi pensione aperti e del 15% per i fondi negoziali.

Il totale è arrivato così a 126 miliardi di euro: una cifra pari a circa l'8% del Pil, e al 3% di tutte le attività finanziarie delle famiglie italiane.

 

A cura della redazione de lamiaprevidenza.it